Artista totale, Johnny Dorelli ha avuto un’esistenza meravigliosa al punto che la sua biografia si intitola, appunto, “Che fantastica vita”, scritto assieme al giornalista del Corriere della Sera Pier Luigi Vercesi, edito da Mondadori. Una vita che se fosse un film sarebbe un’opera di Billy Wilder o di Woody Allen per la sua eleganza, ironia e leggerezza. Johnny Dorelli, pseudonimo di Giorgio Domenico Guidi (Milano, 20 febbraio 1937), sa fare tutto: cantante, pianista, conduttore radiofonico, attore e conduttore televisivo italiano. Un milanese trapiantato a Roma, città nella quale vive con la moglie Gloria Guida, ex ragazza da copertina, regina delle commedie sexy all’italiana degli anni settanta. I ricordi di Johnny iniziano quando lui era bambino e si trasferisce in America al seguito di suo padre, Giovanni Guidi, morto nel 1958, cantante tenore con lo pseudonimo di Nino D’Aurelio, e della madre Teresa. Studia il contrabbasso e il pianoforte alla High School of Music and Art di New York e si fa notare in concorsi televisivi per giovani talenti, dove si esibisce con il nome d’arte di Johnny Dorelli che gli americani storpiano in D’Aurelio, il cognome del padre.

Nel libro il titolo del primo capitolo è “Nostalgia di Meda”, la cittadina dove era cresciuto e che rammentava nelle sue passeggiate newyorchesi. Proprio negli States Dorelli, per quanti di noi sono cresciuti cullati dalle sue romantiche canzoni, dai suoi film, dalle sue commedie teatrali, dai suoi luccicanti varietà in TV, dai suoi amori “hollywoodiani”, è stato un entertainer in smoking, un enfant prodige seduto al pianoforte. Eppure Meda gli è rimasta nel cuore, là dove ha vissuto solo fino a otto anni. Là ha imparato il dialetto milanese, l’unica lingua che allora si parlava nelle famiglie e ha imparato lo spirito lombardo, un misto di tenacia, orgoglio, serietà, stoicismo, grande capacità di lavoro. Così Dorelli lo rammenta nel libro: “Sono stato un ragazzo fortunato, un ragazzo di un metro e settanta suppergiù con dei capelli biondicci che tiravano al rossiccio. Dico ‘fortunato’, perché nemmeno io avrei scommesso un centesimo sul mio successo”. Oggi, nelle interviste in televisione, esprime la stessa eleganza, la stessa ironia e la stessa leggerezza. Qualità che si ritrovano in questo libro, l’autobiografia che finalmente ha deciso di scrivere. La vita gli ha sorriso tra avventure e disavventure, raccontate da Dorelli con humour e autoironia.

Ma ancora nei suoi occhi di ottantatreenne c’è la partenza da Genova sul piroscafo diretto a quella che allora si chiamava Nuova York: “Avevo nove anni – spiega – e l’impatto di un bambino di quell’età con una città come New York fu forte. È una città che sgomenta, ti lascia senza fiato. Io, però, non ebbi problemi: mi trovavo bene con mia mamma, con cui passavo gran parte del tempo, perché mio padre era sempre a cantare alla radio italiana Whom o in giro a fare concerti. La cosa che mi colpì di più furono le banane. A Meda, in Brianza, dov’ero cresciuto, erano piccole, difficili da trovare e potevi averne al massimo due se arrivavi in tempo dal fruttivendolo. In America erano enormi e si trovavano dovunque. Sono stati dieci anni bellissimi. È stata bella la gioventù lì. E a Radio Whom ho conosciuto Mike Bongiorno, l’unico che riceveva ‘La Gazzetta dello Sport’ e ne era gelosissimo. Io ero molto giovane rispetto a lui, malgrado questo gliela rubavo lo stesso. Cavolo come si arrabbiava! A parte queste goliardate, con Mike c’è sempre stato un buon rapporto: fu lui, imbeccato da papà che tanto gli aveva decantato le mie doti di cantante, il primo a mettermi davanti a un microfono alla radio”.

In quegli anni americani il giovane Dorelli conosce personaggi come Giuseppe Di Stefano, il pugile Jake LaMotta e note famiglie della mafia italo-americana. “Non mi rendevo conto – dice – di chi fosse quella gente. Successe che il manager di mio padre morì e il contratto di papà passò a don Paolino Palmieri, il proprietario del ristorante ‘Zi Teresa’ di New York. Non frequentava esattamente stinchi di santo e io non capivo perché lo chiamassero Don se non era un reverendo. A una cena ci fece conoscere Vito Genovese, il braccio destro di Lucky Luciano, che dopo la morte del boss prenderà il comando del clan. Un’altra volta ci portò nella faraonica magione di Joe Barbara ad Apalachin, dove nel 1957 saranno arrestati alcuni dei più noti boss della mafia americana. Erano gangster divenuti leggendari, ma l’ho capito solo anni dopo”.

Poi nel 1955 il ritorno in Italia. “In America, spinto da mio padre che credeva nel mio talento, – aggiunge Dorelli, – avevo cominciato a fare il cantante. Ero diventato il fenomenal boy italiano e avevo accumulato 130 apparizioni in trasmissioni televisive e tante serate con la mia orchestrina di liceali. In Italia nessuno sapeva chi fossi: sono ripartito con l’avanspettacolo, una cosa del tutto nuova per me. Poi per fortuna la casa musicale Cgd mi ha fatto un contratto e mi ha portato a Sanremo. Ho debuttato al Festival nel 1958 in coppia con Domenico Modugno con ‘Nel blu dipinto di blu’, che vinse inaspettatamente il primo premio. L’anno successivo ci ripresentammo con ‘Piove’, ottenendo una nuova vittoria. Anche se gran parte del merito artistico e del successo commerciale dei due brani è andato inevitabilmente a Modugno, sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio. Alla fine ho partecipato a nove edizioni del Festival di Sanremo. Con Modugno ho avuto un rapporto complicato, ma sempre molto bello. Lui mi ha dato anche due ceffoni, uno per invogliarmi a cantare, perché ero paralizzato dalla paura, l’altro quando non ho voluto fare il terzo festival con lui. Gli dissi di no e lui si arrabbiò, ma io ero deciso: volevo camminare da solo, vedere chi fossi realmente”.

Marco Ferrari