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La stampa internazionale non ha fatto neanche in tempo a lodare l'efficienza e la velocità della sua campagna vaccinale che il Cile è tornato a fare i conti con un grave aumento dei contagi da Covid-19. Più di un terzo dei 18 milioni di persone del Paese, esempio unico e virtuoso in America Latina, hanno ricevuto almeno una dose del vaccino cinese Sinovac Biotech o di Pfizer/BioNTech.

Eppure la curva delle infezioni è in vertiginosa salita, mettendo a dura prova il sistema sanitario cileno e costringendo le autorità a nuove chiusure e restrizioni. I numeri parlano chiaro. Il 21 febbraio la media settimanale dei contagi era scesa a circa 3.300 nuovi casi al giorno. All'inizio di aprile si sono registrati picchi di oltre 8 mila contagi, mai visti dall'inizio della pandemia.

Ma cosa è andato storto? La rapidità della vaccinazione di massa sembra aver generato un falso senso di sicurezza che ha portato il Cile ad allentare le restrizioni troppo presto, senza che la popolazione si rendesse conto dei rischi.

"Nessuno mette in discussione che la campagna di immunizzazione sia stata un successo, ma ha instillato nella gente un errato senso di sicurezza, portando a credere che la vaccinazione, vicina per tutti, equivalesse alla fine della pandemia", ha dichiarato la dottoressa Francesca Crispi, presidente regionale dell'associazione medici cilena interpellata dal New York Times.

Così il Cile ha riaperto senza troppa gradualità i luoghi pubblici e le attività e, nel mese di gennaio, ha concesso permessi di spostamento per le vacanze estive (che nel Paese coincidono con il nostro inverno, ndr). E a marzo, quando la curva dei contagi mostrava già segni di risalita, a riaprire sono state le scuole.

Claudia Cortés, epidemiologa della University of Chile, ha sottolineato al Nyt il ruolo svolto dalla concessione dei permessi vacanzieri: "Più di quattro milioni di persone hanno viaggiato nel Paese. Questo ha portato il virus, che era stato in gran parte confinato in alcuni grandi aree, a diffondersi ovunque". Ad incidere sono stati anche i controlli carenti e la mancanza di un efficace sistema di tracciamento.

Va inoltre sottolineato che, secondo gli ultimi dati riportati da OurWorldinData, solo il 22% circa della popolazione cilena ha ricevuto due dosi di vaccino: ciò significa che gran parte dei cittadini non è ancora stata totalmente immunizzata e protetta dal rischio infezione.

A giocare un ruolo nella risalita dei contagi cileni potrebbe essere stato anche il fattore varianti. È questa l'ipotesi formulata dal britannico Telegraph che, in un articolo a firma Paul Nuki, sottolinea come il vaccino più usato nel Paese sudamericano sia il cinese Sinovac (rappresenta il 90% delle dosi somministrate contro il 10% di Pfizer/BioNTech, ndr), dimostratosi meno efficace nei confronti della variante sudafricana ed efficace solo al 50,65% contro la variante brasiliana, diffusasi anche in Cile.

I britannici Telegraph e Guardian si concentrano sulla situazione cilena considerandola un esempio da cui rifuggire: in Gran Bretagna, infatti, il premier Boris Johnson viene criticato da alcuni per l'atteggiamento cauto nei confronti delle riaperture. Al contempo, parte dell'opinione pubblica stigmatizza gli esperti che mettono in guardia dal rischio risalita di contagi e decessi che potrebbe verificarsi alla fine del lockdown. Secondo le previsioni di Imperial College, Warwick University e London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM), la terza ondata (prevista entro fine estate) potrebbe causare da 40 mila a quasi 60 mila morti in Uk.

A tale proposito, il governo inglese ha confermato l'intenzione di arrivare a "offrire una prima dose" a tutti gli adulti over 18 nel Regno entro il 31 luglio, mentre i consulenti per l'emergenza Covid Chris Whitty e Patrick Vallance evocano la possibile necessità di ulteriori vaccinazioni in autunno per contrastare le varianti. Insomma, per non sbagliare si guarda a cosa è andato storto nel resto del mondo.