Beppe Grillo (foto depositphotos)

Di Stefano Ghionni

Sì, è proprio un caos a 5 Stelle. Altro che “scatoletta di tonno”, come i grillini avevano promesso di aprire il Parlamento. In quattordici anni, dai celebri “Vaffa day” al clamoroso successo elettorale del 2018, il Movimento ha perso praticamente tutto. Consensi, certo. Ma anche identità, coerenza, dignità. E, sì: pure la faccia. “Mai col Pd”, tuonavano un tempo (salvo poi farci insieme il governo), “non più di due mandati”, strepitavano, ancora, pieni di orgoglio (salvo poi aprire il dibattito sul “terzo” di mandato); “uno vale uno” era il loro mantra preferito, ripetuto all’infinito e mai, nei fatti, veramente sostanziato, soprattutto quando chi votava in dissenso nell’Aula di Palazzo Madama o Montecitorio, si trovava, da un giorno all'altro, messo alla porta. E che dire del “giustizialismo” brandito come una clava (salvo poi riscoprirsi garantisti in seguito all'affaire Grillo)? Ultimo ma non per ultimo, la guerra a suon di carte bollate con l'associazione Rousseau di Davide Casaleggio, figlio del defunto guru (e fondatore) Gianroberto, detentrice della lista con i nomi degli iscritti al Movimento che tanto serve al leader in pectore Giuseppe Conte per avviare e dunque far votare la tanto decantata “rifondazione”. Insomma, come nella peggior “guerra delle tessere”, con i 5Stelle l’anti-politica militante si è fatta “politica” ma della peggiore specie. Un specie di capolavoro di trasformismo da fare invidia ai vecchi partiti della tanto osteggiata Prima Repubblica. La situazione, attualmente, è quella che disegna lo scontro in atto, da un lato, tra l’ex premier e l'attuale reggente del Movimento, Vito Crimi e dall’altro, appunto, Davide Casaleggio. Perché si litiga? Semplice. Perché il patron di Rousseau si è portato via il classico pallone, lasciando i ragazzi da soli in mezzo al campo. Insomma, dopo lo strappo con la “casa madre”, avvenuto quando gli eletti del popolo hanno smesso di versare parte dei loro stipendi nelle casse dell'associazione, il figlio di Gianroberto si è portato via gli “elenchi” lasciando Crimi (ed il rifondatore) con il classico pugno di mosche dal momento che non è dato effettivamente sapere su quanti iscritti oggi il Movimento possa effettivamente contare. “Consegnateci i dati entro 5 giorni” ha sbottato, ieri, l’ex sottosegretario Crimi, arrivando finanche a diffidare Casaleggio. Ma il patron di Rousseau non si è smosso di un centimetro di fronte alla minaccia di una guerra a suon di carte bollate. Ha sì confermato di aver ricevuto la richiesta di trasferimento "dall'ex capo politico reggente", ma ha anche precisato che quella di Crimi è arrivata dopo un'altra richiesta "da parte del curatore" legale Demurtas. Insomma: "sono almeno due le persone a reclamare la legittimità di un eventuale trasferimento dei dati degli iscritti e dunque la rappresentanza legale del Movimento", indi per cui sarebbe “necessario, per sedersi al tavolo, definire prima chi sia l'interlocutore". Sì, avete capito bene. Tutti alzano la voce. Tutti pretendono. Ma chi guida, oggi, la “babele pentastellata”, non è dato saperlo. Più caos di così…