Altopascio, bella cittadina in provincia di Lucca, è famosa in tutta la Toscana per il pane, considerato uno dei migliori dell’intera regione. Questa eccellenza non è casuale ma è dovuta a un motivo storico: il pane è simbolo dell’accoglienza e dell’ospitalità. E Altopascio, nel Medioevo, fu il simbolo dell’una e dell’altra. Ma procediamo con ordine.

Dove ora si trova Altopascio passava la più importante arteria comunicativa del Medioevo: la via Francigena. La strada entrava nella terra di Tuscia in prossimità del passo della Cisa e piegava verso sud, alcuni tratti erano facili da percorrere altri difficili e pericolosissimi. Uno di questi era la frazione lucchese, lambita dalla palude di Bientina e dalle impenetrabili selve Cerbaie. Perdersi era facilissimo e la zona era infestata da spietati predoni. Per ragioni di pietà nei confronti dei poveri pellegrini, nel 1084, dodici devoti cittadini lucchesi fondarono uno Spedale dedicato a San Giacomo e “edificatus in locus et finibus ubi dicitur Teupascio“.

La scelta fu felice, il luogo era strategico e rappresentava un’oasi di salvezza per tanti viaggiatori. Per gestirlo, però, occorrevano dei volontari, di conseguenza fu fondato un ordine laico chiamato dei frati o dei Cavalieri del Tau, in quanto la divisa dell’ordine prevedeva un mantello nero con alla spalla destra una croce a forma di tau, un simbolo che richiama la Croce, ma anche il martello, l’accetta e il punteruolo.

La Croce taumata è antichissima e da sempre venerata, anche perché si credeva fosse l’iniziale di Cristo e, nell’alfabeto ebraico, la decima lettera (ז zain) è molto simile a un tau. Le finalità dell’ordine erano quelle di aiutare e di soccorrere in ogni modo i pellegrini, fondando e gestendo ospizi, pellegrinai, Spedali e accudendo alle strade, conservandole e migliorandole.

La formula dei frati del Tau ebbe fortuna e presto questi uomini dal nero mantello si diffusero in Italia, Francia, Inghilterra, Baviera, Spagna e Portogallo. L’Ordine fu soppresso nel 1459 da Pio II e i beni incamerati nell’Ordine di Betlemme da lui fondato. Ma il Gran Maestro Giovanni Capponi rifiutò la scelta papale, cosicché i Cavalieri del Tau sopravvissero fine al 1588 quando confluirono nell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. La casa madre e il centro direzionale dell’Ordine dei Cavalieri del Tau rimase lo Spedale di Altopascio, vasto organizzatissimo, protetto da mura e munito di una alta torre-campanile con una campana, dal suono inconfondibile, “la smarrita” che suonava continuamente per indicare la strada a chi si era perduto. Durante la notte il campanile, grazie a un falò, si trasformava in faro: la sua luce indicava ai pellegrini la via della salvezza.

Quando i viandanti, a qualunque ora del giorno o della notte, bussavano alla porta dello Spedale, trovavano del buon pane e una ciotola di zuppa che i frati traevano dal celebre, enorme calderone, eternamente posto sul fuoco, a bollire.

Il calderone di Altopascio era così celebre in Toscana che Giovanni Boccaccio lo citò in una delle più divertenti novelle del Decameron: la decima della sesta giornata. Il narratore raccontando del servo di Frate Cipolla, chiamato Guccio Imbratta o Guccio Porco, dice che quest’uomo aveva un cappuccio con “tanto untume che avrebbe condito il calderon di Altopascio“. Dell’antica sede dei Cavalieri del Tau di Altopascio rimangono numerose tracce nella piazza degli Ospitalieri, fra le quali un grande loggiato, un pozzale monolitico e la chiesa parrocchiale di San Jacopo Maggiore che possiede una bella facciata in stile romanico lucchese.

Accanto alla Chiesa svetta la torre campanaria, con la celebre “smarrita” una campana che risale al XIII secolo. Ogni mese di luglio, ad Altopascio, l’antico ordine viene ricordato con una cerimonia folcloristica che secondo Elémire Zolla è “tra le pochissime a conservare intatte le caratteristiche rituali di una operazione alchemica“.

di Pierpaola Meledandri