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DI MARCO FERRARI

Il tributo del Festival di Cannes va ad uno dei più celebrati registi italiani, l’ultimo rimasto di una generazione che ha cambiato il paese, Marco Bellocchio, con la proiezione speciale del suo nuovo film “Marx può aspettare” e con la Palma d'oro d'onore durante la serata di chiusura sulla Croisette. Per l'occasione è arrivato anche un ammiratore speciale, Paolo Sorrentino. Il regista di Bobbio, provincia di Piacenza, classe 1939, si è sempre distinto per l’originalità e l’impegno politico e sociale delle sue opere, come ha sottolineato il presidente della rassegna Pierre Lescure: «Ha sempre messo in discussione le istituzioni, le tradizioni, la storia personale e collettiva. In ciascuna delle sue opere, quasi involontariamente, o almeno nel modo più naturale possibile, ha rivoluzionato l’ordine costituito». Nel 1965, a soli ventisei anni, realizza il suo primo lungometraggio, “I pugni in tasca”, esempio di coraggio, potenza espressiva e maturità narrativa: uno spaccato della provincia italiana, piacentina in questo caso, dipinto senza indulgenze. Negli anni Settanta dirige un grande Gian Maria Volonté in “Sbatti il mostro in prima pagina” (1972), documento che non fa sconti a un’epoca molto turbolenta e che si rivela anticipatorio delle problematiche della gestione dell’informazione in Italia. Seguono “Nel nome del padre” (1972), allegoria post-sessantottina, e “Matti da slegare”, documentario, co-diretto con Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, che con sensibilità e delicatezza riflette sulla condizione dei malati mentali. Con “Salto nel vuoto” (1980) ritorna un ritratto della borghesia in declino e viene indirettamente premiato sulla Croisette, dove i due interpreti Michel Piccoli e Anouk Aiméè vincono nelle rispettive categorie. La produzione degli anni Ottanta e Novanta è accolta con giudizi altalenanti da critica e pubblico, ma negli anni Duemila Marco Bellocchio torna a colpire con “L’ora di religione” (2002), un’opera matura su ateismo e cristianità, presentata in concorso al Festival di Cannes, dove riceve una menzione speciale della giuria. Nel 2011 gli viene assegnata l'Alabarda d'oro alla carriera per il cinema e anche il premio per la miglior regia per il film “Sorelle Mai”. AIla 68ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ha ricevuto dalle mani di Bernardo Bertolucci il Leone d'oro alla carriera. Realizza poi una storia ispirata alla vicenda di Eluana Englaro e di suo padre, presentato in anteprima al Festival di Venezia 2012 con il titolo “Bella addormentata”, che al Bif&st riceve il Premio Mario Monicelli. Segue quindi “Sangue del mio sangue”, realizzato a Bobbio ed in Val Trebbia, ambientato nel XVII secolo, sulle vicende di una nobildonna costretta dalla famiglia a farsi monaca. Da marzo 2014 è presidente della Cineteca di Bologna. Nel 2016 esce “Fai bei sogni”, film interpretato da Valerio Mastandrea e Bérénice Bejo basato sul romanzo autobiografico omonimo di Massimo Gramellini e presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Nel 2019 realizza “l traditore” con Pierfrancesco Favino e Luigi Lo Cascio incentrato sul personaggio di Tommaso Buscetta, il mafioso, noto come "il boss dei due mondi", che aiutò i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a far luce sull'organizzazione di Cosa nostra e sui suoi vertici. Ora il suo “Marx può aspettare”, nelle sale con 01 coprodotto da Kavac Film e Rai Cinema con Tenderstories. Nel film si narrano le vicende del fratello gemello del regista, Camillo, suicidatosi il 26 dicembre 1968. Un ragazzo bello e malinconico, che soffriva silenziosamente il confronto con dei fratelli ingombranti (come il cineasta Marco, il sindacalista Alberto e il critico letterario Piergiorgio) e non trovava il suo spazio «in una casa che sembrava un manicomio», come si dice nel film.
Il titolo è una frase pronunciata proprio da Camillo, quasi un rammarico del regista. Il gemello gli chiedeva aiuto e lui rispondeva invitandolo a impegnarsi nella lotta rivoluzionaria. Allora Camillo disse ridendo “Marx può aspettare” e lui non capì la gravità di quella risposta, il fatto che la politica veniva dopo, prima c’erano da risolvere altre questioni. «E’ un'ultima occasione – ha detto Bellocchio a Cannes - per fare i conti con qualcosa che era stato censurato, nascosto a tutti noi, da me e dalla mia famiglia. Prima abbiamo organizzato un pranzo al circolo dell'Unione a Piacenza, che mio padre aveva fondato. Capii subito che non mi interessava fare una cosa nostalgica e tenera con chi restava della mia famiglia, mia sorella, i miei fratelli, ma che il focus sarebbe diventato 'il grande assente', ossia Camillo, il mio gemello suicida a 26 anni». Così, nell’opera sono presenti i figli PierGiorgio ed Elena per un “film privato” ma anche quello che il regista considera «il più libero, leggero, senza i condizionamenti che mi avevano impedito di riflettere su questo dramma, prima la salvaguardia di mia madre, poi la politica, poi la psicanalisi». E Bellocchio aggiunge: «Ora finalmente sono sereno, ma non per questo assolto. Quello che è capitato a me e ai miei familiari non è crimine, un delitto, ma qualcosa di molto comune a tanta gente: noi non avevamo capito, non avevamo interpretato il suo silenzio né intuito cosa stava passando mio fratello, una persona che viveva con noi e questa forse è l'universalità, il motivo per cui tanti si stanno emozionando al film». La pellicola parte con una foto in bianco e nero della famiglia Bellocchio, a Piacenza: otto ragazzini in posa (tra fratelli e sorelle) e un'unica persona con gli occhi socchiusi, la madre. Una madre "cieca", come nell’altro film “I pugni in tasca”. Adesso con “Marx può aspettare” Bellocchio scava nell'album dei ricordi, fa riemergere immagini e simboli di una vita familiare e artistica, rimette in ordine - in una corrispondenza miracolosa tra emotivo e cinematografico, tragico e ironico - la sequenza dei dolori e dei sensi di colpa. Interroga fratelli, figli, preti e psichiatri sulle ombre che insegue da sempre e che hanno nutrito il suo cinema: la disfunzionalità della sua famiglia alto-borghese e iper-cattolica. Poi la crisi del ’68 di Camillo con cui, ora, Bellocchio si confronta in un cammino compiuto della vita. A ottantuno anni, fresco come una rosa, Bellocchio fa anche i conti con il suo futuro: «Lavorare, avere progetti, essere dentro la vita, mi fa dimenticare che esiste anche la possibilità della morte». Ma lui non si ferma: ora sta terminando la serie tv “Esterno notte”, ancora dedicato alla tragedia Moro, che andrà in onda su Rai1 la prossima stagione. E poi sta preparando il nuovo film su cui ancora non si pronuncia.