Foto Pixabay

 

di Matteo Forciniti

A partire dal 6 agosto in Italia entrerà in vigore il cosiddetto Green Pass che regolerà vari aspetti della vita quotidiana incluso quello del turismo. Ancora una volta gli italiani all’estero sono stati completamente esclusi e dimenticati da questa normativa dato che accedere al certificato verde al momento è impossibile come è stato ripetutamente denunciato negli ultimi giorni. Sarà impossibile anche per i tantissimi vaccinati all’estero con un siero contro il Covid 19 non riconosciuto dall’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali.

Il caso degli italiani in Uruguay è emblematico: quasi tutti hanno ricevuto il vaccino cinese Sinovac per una campagna di vaccinazione che nel paese sudamericano ha trovato una fortissima adesione e oggi riporta uno dei tassi più alti al mondo che ha consentito di migliorare notevolmente la situazione sanitaria come dimostrano i numeri. Oltre a Sinovac, tra gli altri vaccini che si stanno usando in Uruguay c’è Pfizer -riservato solo al personale sanitario e ai più anziani- e, in pochissimi casi AstraZeneca. Proprio pochi giorni fa il Ministero della Salute ha annunciato un’ulteriore misura che riguarderà coloro che hanno ricevuto entrambe le dosi di Sinovac, vale a dire la stragrande maggior parte della popolazione: per rafforzare gli anticorpi contro il virus sarà prevista nei prossimi mesi la somministrazione di una terza dose con Pfizer.

Così come il vaccino russo Sputnik V, anche Sinovac è stato riconosciuto dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e da alcuni paesi europei nonostante la mancata autorizzazione dell’Ema che al momento accetta solo Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson. Aver ricevuto le due dosi di Sinovac, dunque, non ha alcun valore nel nostro paese e chi decide di viaggiare dovrà sottoporsi a tre tamponi e una quarantena di 10 giorni una volta arrivato in Italia.

“Mi sono vaccinato con la speranza di poter viaggiare. Ho continuato ad aspettare ma a questo punto ci rinuncio”. L’esperienza di Ivan Pantarelli, musicista e produttore musicale, è comune a quella di molti altri italiani residenti in Uruguay che avevano atteso l’arrivo del vaccino anche in un’ottica futura per vedersi facilitato il rientro a casa. “Oltre a visitare i familiari, la mia idea era quella di andare anche in Bulgaria per un lavoro ma ho dovuto rinunciarci a causa della situazione assurda che è stata creata con delle limitazioni illogiche. Sui vaccini è in corso una guerra geopolitica tra le potenze mondiali e noi ci ritroviamo a pagarne le conseguenze. Viaggiare è diventato un lusso e oltre ai biglietti aerei cari bisogna aggiungere le spese per i tre tamponi e poi il fastidio di una quarantena di 10 giorni. Io sono fortunato perché posso andare a casa di mia madre e posso lavorare da casa ma per altri questa misura significa ulteriori costi senza considerare che non tutti hanno a disposizione così tanti giorni di ferie. Le misure di prevenzione sono fondamentali perché la pandemia non è finita ma vanno fatte bene” osserva Pantarelli, nato a Firenze e residente a Montevideo da alcuni anni. “Più che discriminazione” -conclude- “io la vedo come la tipica cosa fatta all’italiana da persone incapaci che agiscono male e in ritardo. Perché non si calcolano questi aspetti al momento di prendere decisioni così delicate? Mi girano le scatole perché ho perso un lavoro importante ma se devo stare rinchiuso a casa e devo correre un rischio allora tanto vale restare a Montevideo”.

Sulla questione del Green Pass recentemente è intervenuto il Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) per chiedere “spiegazioni immediate al Governo”. Silenzio tombale invece da parte dell’organismo che dovrebbe rappresentare i cittadini italiani in Uruguay, il Comites