di Juan Raso

In un tempo si diceva “tutto casa e lavoro” per segnalare la persona que si dedicava quasi esclusivamente alla famiglia e al lavoro, senza concedersi distrazioni. Era il modo di qualificare le persone serie (generalmente uomini) che si concentravamo su quanto di piú sacro c’era –  la famiglia e il lavoro – e non perdevano tempo in posti inadeguati.

Oggi se qualcuno mi dice che é una persona é “casa e lavoro” penso in un telelavoratore, la persona cioé che lavora da casa. Questo fenomeno era giá conosciuto nel passato, ma la pandemia del COVID 19 ha aperto in forma esponenziale la possibilitá di lavorare a distanza. In Italia, si usa poco la parola la parola “telelavoro”, perché si é imposto l’anglicismo “smart-working”, che mostra ancora una volta un certo complesso di inferioritá dei nostri dirigenti e politici nei confronti dei paese anglosassoni. La parola smart-working mi ricorda tanto quel RAI International, che voleva trasmettere al mondo l’idea di una RAI globale e pertanto lo faceva attraverso l’uso della lingua presuntamente globale. 

Ma torniamo al lavoro in casa, perché proprio in questi giorni é stata approvata – dopo 16 mesi di dibattito – la legge uruguaiana sul telelavoro. Nata da un progetto della Senatrice Carmen Sanguinetti e rielaborata in parte della Camere, vede finalmente la luce.

La nuova normativa uruguaiana che segue criteri del diritto europeo, segnala che

deve intendersi per telelavoro la prestazione di attivitá in forma subordinata, fuori dall’ambito fisico dell’impresa, utilizzando principalmente le tecnologie dell’informazione e la comunicazione, sia on-line o off-line.

E’  un testo molto vicino alla Legge italiana n. 81 del 2017che contiene misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del telelavoro subordinato, e fissa alcune regole sulle modalità e sugli ambiti di applicazione di tale tipologia di impiego, caratterizzata dalla flessibilità organizzativa, dalla volontarietà delle parti che sottoscrivono un accordo individuale, nonché dall’utilizzo degli strumenti tecnologici (laptop, tablet etc..) che permettono al lavoratore di operare da remoto.

La legge uruguaiana coincide con il testo italiano nel favorire una giornata di lavoro flessibile, che consenta organizzare tempi di attivitá con tempi dedicati alla famiglia.  Sono varie le curiositá che sorgono dal texto legale e tra queste scelgo una: il datore di lavoro continua ad avere l’obbligo di provvedere alla corretta applicazione della normativa sulle condizioni di salute e sicurezza nel luogo dove si svolge l’attivitá, che altro non é che la casa stessa. La legge cosí dice, ma cosa devo dire a quell’imprenditore che mi chiede cosa fare, anche perché l’ingresso alla casa del lavoratore é protetto da altre regole, spesso di natura costituzionale.

A questo punto mi chiedo che succede se l’imprenditore scopre che vi é una perdita di gas nella cucina, o che vi sono due o tre cavi elettrici spelacchiati o che la sedia del lavoratore é traballante? Deve fare lui le riparazioni o piú costringere il lavoratore a farle? Non ne ho la piú pallida idea e dovró inventarmi qualcosa quando me lo chiedano. E’ pure vero che credo che molte volte le leggi dicono cose belle e teoriche, che poi nessuno riesce ad applicare. 

Va altresí detto che in materia di telelavoro tutti clamano per una postazione sicura in casa, che garantisca la salute psicofisica del lavoratore. Ma voglio ricordare che non é la prima volta che si lavora in casa. Mia madre lavorava in casa, mia nonna lo faceva. Ma allora nessuno si preoccupava se le donne che lavoravano in casa, svolgevano la loro attivitá in spazi sicuri. Purtroppo il lavoro delle cosiddette “casalinghe” era considerato  una funzione propria del ruolo della donna nella casa e non come un vero lavoro che doveva essere retribuito e tutelato.

Vedremo come si applicherá la legge; ma ancora piú importante sará capire come noi tutti ci andremo adeguando alle trasformazioni tecnologiche, dove crescerá il divario tra “chi sa” e “chi non sa”.