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Luicio Anneo Seneca, nel suo aforisma forse più bello, ha scritto: "L’unica cosa che ci appartiene è il Tempo". Quello della durata media della nostra vita di occidentali era diventato un punto d'orgoglio con incrementi inarrestabili dal dopoguerra in poi. Già pregustavamo di raggiungere e oltrepassare i 90 anni - per obbligo biologico più che per cavalleria sempre prima le donne - e chissà in un futuro non lontano, tra evoluzioni tecnologiche e nuove conoscenze, arrivare perché no anche a cent'anni. Poi è arrivato un piccolo, infinitesimale quanto invisibile animaletto, non si sa se naturale o bioingegnerizzato (o entrambi), nel secondo caso più frutto di protervia che di lungimiranza, che ci ha spiegato che quel Tempo di cui credevamo di essere padroni incontrastati in realtà ci può venire sottratto senza che nessuno, e ripeto nessuno, possa porvi rimedio.

Dirò di più. Il suddetto dolente intruso ha anche rivelato, a chi ha occhi e cervello per vederlo, che quel Tempo era sì lungo ma in realtà trascorso più da fragili che da resilienti e che bastava in definitiva poco a farci scendere dal treno in corsa. Quante volte abbiamo letto, quasi a farcene una ragione se non ad autoassolverci, che quei morti senza volto nè nome erano morti sì ma (in fondo) avevano altre malattie, ora genetiche, ora neoplastiche, ora immunologiche, ora reumatiche, ora cardiache, ora vascolari, ora neurologiche. Essere diabetico è diventata una colpa grave. Non vi dico gli obesi, gli asmatici (allergici o meno), i fumatori e i bevitori. Siamo diventati un popolo di censori contro ogni vizio, camminatori instancabili (con o senza cane) e cultori di antiche pratiche curative orientali. Abbiamo investito capitali in diete e terapie direttamente provenienti dal paese di Bengodi, pur di riappropriarci di quel Tempo che ci era stato inopinatamente e ingiustamente sottratto.

Non solo. Pur di riaverlo e riprendere il cammino tronfale verso una vita media in ascesa e potendo finalmente contare su vaccini efficaci e ottenuti a tempo di record, invece di relizzare una strategia che tutelasse tutti, ma proprio tutti - unica opzione per uscire quanto prima dal tunnel - abbiamo acuito le differenze sociali interne (il solito vecchio refrain di bianchi contro neri, invasori contro nativi, etc etc), diviso di nuovo il mondo in ricchi e poveri, società industrializzate e società in via di sviluppo, Nord e Sud, ridistribuito le risorse (purtroppo non solo vaccinali) a favore sempre dei primi, e non contenti abbiamo parcellizzato le "buone pratiche" soverchiandole di opposizioni, eccezioni, diffidenze, fake news, scandali, accaparramenti e sprechi. Quanto alla libertà, quella individuale l'abbiamo ingigantita fino a farne un simbolo di progresso e cultura mentre quella collettiva abbiamo preferito urlarla nelle piazze più che praticarla nella quotidianità comune, dimenticando o facendo finta di dimenticare che entrambe sono figlie predilette di quel Tempo immeritato che abbiamo forse per sempre perduto.

GERARDO CASUCCI