Foto Depositphotos

di Franco Esposito

Bufera in Rai, di tipo violento. “Sigfrido Ranucci va zittito“, urlano il Partito Democratico e Forza Italia. “La trasmissione Report va messa sotto controllo, non è servizio pubblico”, tuona Matteo Renzi, immancabile e onnipresente quando c’è da scatenare casini all’interno della Rai. Report e Ranucci nell’occhio del ciclone. Ne usciranno indenni, questo è sicuro, certissimo. La trasmissione del lunedì su RaiTre è stata bersaglio di attacchi durissimi, fin dai tempi di chi l’ha inventata e la conduceva, la giornalista Milena Gabanelli.

I Cinque Stelle in crisi di nervi, non solo per i loro ormai scontati e fastidiosi casotti interni. Questa volta i nervi sono saltati anch’essi per questioni che riguardano la Rai. I sovranisti hanno fatto flop. Il caso Tg1 e il crollo degli ascolti di RaiDue. Carlos Fuortes, il manager messo da Draghi alla testa della tv pubblica, una sorta di guardiano del bidone di benzina, ha incontrato l’ex capo grillino, nonché ministro della Repubblica, Luigi Di Maio, e il leader leghista Matteo Salvini.

Se c’è una cosa che sposa l’amministratore delegato Rai con Mario Draghi è la necessità/obbligo di “risanare la più grande azienda culturale del Paese”. E la capacità provata di fare i conti con la politica. Spiegazione: sapere benissimo quando si può fare a meno dei partiti, e quando no. Fuortes, papale papale, è alle prese con una pesante eredità. Quella lasciata dal governo gialloverde Lega-M5S, certificata dalle rovine provocate. Le nomine più ambite in Rai, il Tg e le nuove direzioni di genere, già slittate a inizio novembre, non si faranno prima di metà mese. Fuortes ha presentato intanto il conto a Di Maio e Salvini. I sovranisti hanno toppato clamorosamente.

Ma di cosa è accusata Report? Semplicemente di sostenere la tesi dei No Vax. L’attacco diretto è arrivato dai componenti del Pd nella commissione di Vigilanza sulla Rai. Motivo dell’aggressione frontale a Sigfrido Ranucci, conduttore e animatore della trasmissione, la messa in onda di un servizio sulla somministrazione della terza dose del vaccino anti covid. Ma soprattutto il racconto degli interessi economici e delle pressioni politiche legate alle nuove somministrazioni.

Il conduttore di Report replica calmo: “Nessun sostegno ai No Vax. La trasmissione è da sempre a favore del vaccino come la migliore forma di prevenzione, ma come giornalista devo essere libero di raccontare delle criticità”. Partito all’assalto della diligenza con feroce aggressività, in serata il Pd ha corretto la rotta. “Pieno rispetto dell’autonomia dei giornalisti”. Ma alle critiche dei parlamentari – e vi pareva che non accadesse – si sono aggiunte quelle di Italia Viva e di Forza Italia. “Quali sarebbero i contenuti No Vax? Credo che i parlamentari non abbiano visto il servizio”, sospetta Sigfrido Ranucci. Che piaccia o no, lui non intende arretrare di un centimetro.

“Cercare di nascondere gli errori è il miglior modo di alimentare chi non crede nel vaccino”. Anche il sindacato Rai si è schierato a favore di Report. “Svolge un rigoroso, serio e documentato lavoro giornalistico d’inchiesta come richiede il miglior servizio pubblico”. Di parere completamente contrario i componenti della commissione di Vigilanza Rai. “Lunedì sera è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi No Vax e No Green Pass. Erano presenti sedicenti infermieri che affermano di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche. Diffusi dubbi sull’efficacia dei vaccini, perplessità sulla copertura degli anticorpi, speculazioni dietrologiche sul grande business della terza dose detenuto da multinazionali del farmaco”.

Messo così, il grande pasticcio è servito. I parlamentari Michele Anzaldi e Davide Faraone hai presentato un’interpellanza parlamentare, per quella che definiscono “una narrazione speculatoria del business delle multinazionali del farmaco”. La reazione di Report? “Siamo alla solita lagna qualunquista, per cui il vaccino è il business delle case farmaceutiche, che in realtà hanno salvato il mondo”. La prossima puntata di Report andrà in onda lunedì 8 novembre. Stessa ora, stesso canale.

Il malumore regna sovrano in Rai. Le caselle delle varie direzioni non s’incastrano. Gli ascolti della rete finita nelle mani dei sovranisti hanno fatto strabuzzare gli occhi all’amministratore delegato. Programmi galleggianti miseramente tra l’uno e il due per cento di share, trattati da uffici di collocamento di Lega e FdI.

Decine di programmi sarebbero finiti sotto la scure di Fuortes. Fallimenti che i manager attribuiscono all’ex direttore di rete, Ludovico Di Meo, trasferito nel frattempo alla sede di San Marino. Il traslocato viene descritto come una persona in balia di Giorgia Meloni. Un burattino e punto. Si parla di cene dove sono stati decise le sorti dei talk show e dei relativi conduttori.

Tra questi Alessandro Guidi, fratello del portavoce di Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera e cognata di Giorgia Meloni. Il giornalista ex Foglio, oggi a Libero, è passato da un programma sovranista all’altro. Tutta una serie di flop, e trasmissioni chiuse o ricollocate in seconda serata. Un costume che Fuortes punta a stroncare, quello di autori affiliati alla destra. Come Francesco Parisella, indicato dalla Meloni, e fatto fuori dalle ultime nomine dei vertici.

La patata bollente è il Tg2. Un crollo verticale: mezzo milione di telespettatori in meno, rispetto allo scorso anno, nei primi quindici giorni di ottobre. Fuortes intende fare chiarezza, ma Matteo Salvini – così pare – avrebbe detto chiaramente che il direttore Gennaro Sangiuliano non si tocca. Problemoni anche per Carboni alla guida del Tg1. Da Palazzo Chigi è giunta una precisa richiesta: il direttore deve essere donna. Prima candidata Monica Reggioni, poi Lucia Goracci e Giovanna Botteri, preferite anche dai Cinque Stelle.

Tutti devono ritenersi sotto attacco, in Rai. Nel domino degli spostamenti Carboni finirebbe al Giornale Radio al posto di Simona Sala, destinata a sostituire Mario Orfeo al Tg3. Il grande ballo è appena cominciato. Ne vedremo delle belle. O di brutte, dipende dai punti di vista.