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DI RICCARDO GALLI

Infermiera, ospedale fiorentino a Ponte a Niccheri, racconto raccolto dal Corriere della Sera, il racconto di quello che di fatto è stato un suicidio di un No Vax, anzi il racconto del sacrificio di una vita sull’altare di una fede feroce. Racconta l’infermiera il buttar via di una vita, la propria, da parte di un uomo che vedeva medici e cure come nemici e minacce. E racconta come quell’uomo abbia spento la sua vita esercitando tutta la violenza possibile su se stesso e tutto il suo disprezzo e ostilità verso chi lo curava e lo assisteva.

“Arrivano in ipossia ma non vogliono essere curati…”. Comincia il racconto: 65 anni, No Vax, positivo al Covid, arriva da un altro ospedale, da lì se ne era andato a casa, da casa riportato in Pronto Soccorso, il nostro. Respira male ma dice e ridice della dittatura sanitaria, poi diventa violaceo per mancanza d’aria. Gli si mette il casco per respirare, dopo, quando sta meglio, il casco se lo toglie spaccandolo (quasi odiasse quel casco che lo faceva sì respirare ma in qualche modo lo sconfessava nel suo negare esistenza del Covid, ndr). Si è tolto il casco, diventa di nuovo blu, altro casco, sta di nuovo meglio, appena sta di nuovo meglio spacca anche il secondo casco (sia detto per inciso ma neanche tanto per inciso questo spaccare è violenza tosta verso il prossimo, spacca caschi che possono e devono servir ad altri). Firma le dimissioni dall’ospedale, fa non molti passi, stramazza sull’aiuola poco fuori dall’ospedale. Lo riportano al reparto Covid ma non vuole essere curato, non vuol gli sia fatto e dato nulla.

Capita ormai sovente che il paziente No Vax intimi al medico o all’infermiere di non somministragli nulla, che chi cura venga diffidato, insultato come al soldo di Bigpharma. Non datemi nulla, non fatemi nulla, non azzardatevi a toccarmi è quello che i No Vax spesso sbattono in faccia a chi lavora in ospedale. Medici e infermieri resistono alla grande tentazione di accontentarli.