di James Hansen

Forse a causa della relativa “debolezza” della variante Omicron – e sempre che non salti fuori qualcosa di peggio – si ha la sensazione che la pandemia Covid cominci a entrare nella fase discendente. Era ora, ma cosa ne faremo delle mascherine?

Adesso che il rischio è forse minore, i governi cominciano cautamente a riconoscere che le comuni “chirurgiche” – e tanto meno quelle di stoffa – non sono poi tanto efficaci: è il senso del nuovo obbligo a usare solo le mascherine “Ffp2” agli eventi pubblici e sui mezzi di trasporto. Che anche questa imposizione possa svanire col tempo è verosimilmente “nelle carte”, ma poi?

È già successo in alcuni paesi più avanti nella parabola discendente della pandemia, come il Regno Unito, dove l’obbligo della maschera è stato tolto, lasciando solo la raccomandazione a usare il “buon senso”. Siccome però quel buon senso è un concetto relativo e variabile, il pubblico ha cominciato a dividersi in due campi: chi prosegue a usare le mascherine e chi no, com’era prevedibile e inevitabile.

Nei mondo anglosassone la preferenza di mascherarsi o meno è a questo punto una sorta di scelta di campo, spesso di tipo politico, con i conservatori tendenzialmente smascherati e i sinistresi ancora “bardati”. In quei paesi dove furoreggia il wokeismo”, tutto questo crea però un terribile dilemma. Da una parte, la coscienza sociale woke dovrebbe favorire il principio cautelare, incoraggiando l’utilizzo della mascherina anche se non è strettamente necessario, dall’altra, sono o non sono dei ribelli che combattono il “sistema paternalista”, cioè “dei padri”?

Parrebbe esserci una sola via d’uscita: mascherarsi sì, ma con “impegno”, con mascherine dal design “pugno in faccia” che così dichiarino immediatamente, a vista, da che parte si sta. Quand’è così, la mascherina è probabilmente destinata a restare a lungo con noi, sia pure come accessorio “d’appartenenza”.