di Pietro Salvatori

 

Lo chiamano già “il perimetro Casini”, quell’area che va da un pezzo del Partito democratico all’ala governista di Forza Italia che prima che partisse il treno di Sergio Mattarella aveva accarezzaro l’idea di un blitz per portare al Quirinale l’ex presidente della Camera. Sono iniziate le grandi manovre al centro, il magma che si muove tra i due estremi comprende Coraggio Italia, la formazione di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, le formazioni di centrodestra capitanate da Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, l’Udc, la federazione di Azione e +Europa, i renziani di Italia viva. Un sobbollire con un’unica grande domanda di fondo: è possibile che si crei una terza area politica a metà strada tra i giallorossi e la destra sovranista?

La risposta sembra preoccupare sia Matteo Salvini sia Giorgia Meloni. Quest’ultima, nonostante le bordate degli ultimi giorni, si affanna a ribadire che la configurazione del centrodestra non cambia,  il segretario della Lega con una lettera a il Giornale lancia l’idea di una sorta di federazione, un partito Repubblicano che strizza l’occhio ai moderati e non si vede come possa includere Fratelli d’Italia e corre a trovare Berlusconi appena dimesso dal San Raffaele.

Maria Elena Boschi non si nasconde dietro un dito, e stuzzica gli alleati di governo: “Per il Quirinale ci sono stati dei momenti importanti di convergenza, ma Forza Italia deve decidere cosa fare da grande. Vuole rimanere alleata di Meloni e Salvini?”. Un azzurro racconta che qualcuno ci starebbe pure: “Renzi sente regolarmente alcuni dei nostri, Iv si sta lentamente avvicinando alle nostre posizioni, è presto per dire se nascerà qualcosa, ma ci si parla”. Nel partito è destinata a riesplodere la linea di frattura che aveva diviso i sovranisti dai governisti in occasione dell’elezione del capogruppo alla Camera. Da un lato Antonio Tajani, Licia Ronzulli e i collaboratori più stretti di Silvio Berlusconi, che lavorano per tenere ancorata Fi agli alleati storici, sia pur nel marasma generato dagli ultimi giorni. Dall’altra il pezzo di partito che guarda a Mara Carfagna e Renato Brunetta, che si è fatto portavoce della necessità di smarcarsi per non essere appiattiti su posizioni populiste.

Lo scossone dato dalle fibrillazioni post-Quirinale non è arrivato al punto di generare scissioni, ma il solo fatto che a Palazzo se ne parli testimonia che la prospettiva di un cambio della geografia politica per come l’abbiamo conosciuta finora non è impossibile. Proprio Brunetta e Carfagna sono due tra gli interlocutori privilegiati di Luigi Di Maio, che la scorsa settimana si è a lungo intrattenuto con il ministro della Pubblica amministrazione nel Transatlantico di Montecitorio. Luigi Brugnaro è un altro che con l’ex leader M5s ha un rapporto eccellente, lo accoglierebbe a braccia aperte in caso di addio ai 5 stelle, il caos del partito di Giuseppe Conte ingolosisce i centristi. Fa notare un parlamentare pentastellato che “non è un caso che la solidarietà al tweetbombing contro il ministro degli Esteri sia arrivata proprio da Brunetta, da Boschi e dal Dem Andrea Marcucci”.

Al momento sono solo suggestioni, ma che qualcosa si stia muovendo è innegabile.A tirare un sasso nello stagno è Toti: “Il centrodestra è finito, lo si può ricostruire in forme diverse”. E lancia l’idea di una federazione “alla francese”: “Di questo disegno con Renzi abbiamo parlato spesso così come negli ultimi giorni con Antonio Tajani, con Lupi e Cesa e tutti coloro che si riconoscono in una tradizione che va dal riformismo liberale al socialismo riformista”. Certo, poi il governatore della Liguria la collocherebbe come interlocutore alla pari della Lega, Renzi vorrebbe essere equidistante, ma si è iniziato a parlare. Con grande preoccupazione del Carroccio, che davanti all’ammissione di Toti che “un presidente di centrodestra non aveva i numeri”, sono saltati sulla sedia. Edoardo Rixi, commissario delle camicie verdi in regione, attacca: “Ci ha pugnalato alla schiena” e si spinge a chiedere una “verifica” del governo regionale “per valutare che ci siano ancora le condizioni per poter continuare questo rapporto”. “Se vogliono sfiduciarmi lo facciano”, la risposta sbrigativa di Toti, che avvicina sempre di più il punto di non ritorno del centrodestra per come lo è stato fino a ieri.

“Guardiamo con attenzione ai rapporti con Italia viva e Fi e altre componenti moderate di centro”, spiega Emilio Carelli, influente deputato di Coraggio Italia. L’obiettivo è quello di creare un terzo polo nella politica italiana dopo tanti tentativi andati a vuoto, “ma dipenderà anche molto da quale sarà la legge elettorale”. La battaglia sul proporzionale sarà un minimo comun denominatore per l’area centrista nei prossimi mesi, e quel campo di battaglia potrà essere funzionale a cementare intese o alleanze. Resta il fatto, per dirla con un senatore di Forza Italia, che “una parte dei colleghi soprattutto dopo quello che è successo, ormai ritiene Renzi un interlocutore più affine di Salvini”.

Renato Schifani, colonnello forzista di lungo corso, predica calma: “È ancora troppo presto, dopo quello che si è consumato sabato con le elezioni del Capo dello Stato, per poter fare valutazioni e per capire se c’è una voglia di ristrutturare il centro da parte degli schieramenti politici”. Schifani dice di non vedere un federatore all’orizzonte, e d’altronde lo stesso Casini si è smarcato dal suo stesso perimetro: “ Ho già dato, ci sono nuovi protagonisti. Come dicono gli inglesi: non è la mia tazza di tè”. Grandi movimenti, possibili rimescolamenti, torna la voglia di centro. Per dirla con Renzi: “Per come sono andate le cose e per la clamorosa sconfitta di sovranisti alla Salvini e populisti alla Conte, si apre un periodo mooooooolto interessante nella politica italiana”.