Il fragore delle bombe che stanno devastando l’Ucraina ha coperto una notizia passata sotto silenzio in tutto il mondo, ovvero il rigetto dell’istanza di appello di Memorial Internazionale contro lo scioglimento ordinato dalla Corte Suprema della Federazione Russa il 28 dicembre 2021.

E così, il 28 febbraio 2022, la sentenza definitiva che ha chiuso la più antica Ong russa è stata accolta dalle lacrime silenziose degli attivisti e dei sostenitori accorsi al di fuori del palazzo della Corte Suprema a Mosca. La vicenda di Memorial è importante perché permette di tracciare una parabola evolutiva della repressione attuata nei confronti delle voci indipendenti in Russia negli ultimi anni, ma non solo. Memorial nasce durante la perestrojka come movimento civile spontaneo nel momento in cui nell’Unione Sovietica diventa finalmente possibile parlare del trauma del gulag e delle repressioni sovietiche. A cavallo tra il 1987 e il 1990, Memorial risponde all’enorme sete di giustizia storica del popolo sovietico, desideroso di preservare la memoria delle innumerevoli vittime e di ricostruire la verità sulle tante pagine traumatiche dell’esperienza sovietica. Nel giro di pochi anni vengono aperti in ogni angolo dell’Urss sezioni che raccolgono le testimonianze e i materiali biografici di migliaia di vittime delle repressioni, atti a creare un enorme archivio pubblico, un centro studi, una biblioteca e un monumento alle vittime del gulag.

Come primo presidente onorario viene nominato il fisico Andrej Sacharov, Premio Nobel per la Pace nel 1975 e figura di primissimo piano del movimento della dissidenza sovietica. In un primo momento, a Memorial viene negato il permesso di costituirsi in associazione per il timore che si costituisca in partito. Paradossalmente, è la morte improvvisa di Sacharov a cambiare le cose: ai funerali, Gorbačëv chiede alla vedova, la dissidente Elena Bonner, se può fare qualcosa per lei. “Registri Memorial”, è la risposta di Bonner. Di lì a poco Memorial diventa la prima Ong della storia russa Memorial si impegna sin dall’inizio in numerosissime attività. I suoi archivi si riempiono di materiali forniti dalle vittime e dai loro parenti e amici; i ricercatori di Memorial vanno negli archivi statali, aperti tra gli ultimi anni dell’URSS e i primi anni della Federazione Russa e poi richiusi, e copiano migliaia di documenti oggi non più disponibili; organizzano mostre e iniziative civiche, avviano progetti di ricerca e numerose pubblicazioni; e aprono sin dal 1991 un centro per i diritti umani che sarà la causa dei primi attriti con il potere in occasione del conflitto in Cecenia.

Ma negli anni Novanta la Russia attraversa numerose crisi (il putsch dell’agosto 1991, il collasso dell’Urss, la difficile transizione verso il capitalismo, la crisi costituzionale del 1993, la prima guerra cecena tra il 1994 e il 1996, la crisi finanziaria dovuta alla svalutazione del rublo nel 1998) che inevitabilmente interrompono il processo di riconciliazione con il passato repressivo sovietico. Mentre lo Stato smette di occuparsi del gulag, sono gli attivisti di Memorial e di altre associazioni a portare sulle proprie spalle la memoria delle vittime. E lo fanno anche grazie ai finanziamenti ottenuti dall’estero per sostenere le numerosissime attività avviate.

Con l’avvento di Putin le cose cambiano. La ripresa economica non porta con sé un ritorno di interesse da parte dello Stato nei confronti del gulag. Memorial continua il proprio lavoro indipendente, continuando però a subire numerose pressioni a causa del lavoro sui diritti umani, che, in un continuo crescendo, culmina nell’uccisione di Natal’ja Estemirova nel 2009, rapita e brutalmente uccisa a Groznyj. Il 2012 segna una svolta importante con la promulgazione della legge sugli agenti stranieri, che costringe le Ong che ricevono fondi dall’estero a essere iscritte in un registro speciale, a dichiararsi pubblicamente “agenti al soldo di stati stranieri” e di essere sottoposti a un regime di controlli asfissiante. Memorial si oppone a questa legge ma viene iscritta nel registro sin dal 2014 e ripetutamente multata negli anni a seguire.

Nel 2016 lo storico Jurij Dmitriev, attivista di Memorial responsabile della scoperta delle fosse comuni di Sandormoch nel 1997 assieme ad altri due attivisti di Memorial – Venjamin Iofe e Irina Flige – viene accusato di pedofilia e arrestato. Al termine di una vicenda giudiziaria tribolata, e nonostante le accuse siano palesemente infondate, Dmitriev viene condannato a 15 anni di colonia penale. A fine 2021 arriva la stretta finale: l’11 novembre la Corte Suprema chiede la chiusura forzata di Memorial Internazionale per presunte violazioni della legge sugli agenti stranieri, pochi giorni dopo arriva una richiesta simile da parte di un tribunale cittadino di Mosca per il centro per i diritti umani di Memorial (ente registrato separatamente). Nel giro di un mese e mezzo vengono entrambi chiusi. Il 28 febbraio arriva la sentenza definitiva per Memorial Internazionale. Non si conosce ancora la data per la discussione dell’appello del centro per i diritti umani, ma i recenti provvedimenti non fanno sperare nulla di buono.

Per anni ricercatori e specialisti hanno assistito alla continua demonizzazione di Memorial agli occhi della società russa, cercando di dare un senso agli attacchi a cui è stata sottoposta per decenni l’Ong russa più importante, pluripremiata all’estero e custode della memoria delle vittime del gulag. Per lo più, ci si è soffermati sul ruolo pericoloso, agli occhi del potere, di una voce indipendente, in grado di opporre alle dinamiche verticali del rapporto stato-cittadino una visione capace di proporre un approccio orizzontale, condiviso, democratico sulla memoria, sull’educazione civica e sul rispetto dei diritti civili e umani. Oggi, con una devastante invasione militare in atto, gli eventi fin qui descritti sembrano assumere tutto un altro significato.

Prima di mandare i carri armati in Ucraina, per anni diverse entità statali hanno lanciato un’offensiva contro Memorial e altre Ong (ad esempio, il Centro Sacharov) per invadere lo spazio della memoria del gulag. Una memoria difficile, complessa, mal affrontata fino a diventare scomoda per buona parte della società russa. Una memoria che costringe ad affrontare non solo il dolore delle vittime, ma anche l’orrore dei carnefici, nascosti a migliaia nelle pieghe della società sovietica e spesso rimasti impuniti. Memorial ha affrontato questa memoria partendo dalla denuncia dei crimini sulla base della ricerca storica documentata dagli archivi; lo stato ha opposto a questo approccio una visione che ammette l’esistenza delle repressioni sovietiche, ma solo a patto che non portino a soffermarsi sui crimini commessi dallo stato sovietico nei confronti di cittadini innocenti. E mentre lo stato ha dapprima messo all’angolo, poi attaccato frontalmente e infine messo a tacere Memorial, parallelamente ne ha invaso lo spazio di azione replicandone molte iniziative.

E così il monumento alle vittime del gulag messo da Memorial nel 1990 di fronte al palazzo della Lubjanka a Mosca, sede della polizia politica sovietica, è stato affiancato da un altro monumento, il Muro del dolore, eretto dallo stato nel 2017 ma fuori dal centro. Negli ultimi anni è sempre più insistente il movimento che vorrebbe rimettere al proprio posto la statua di Feliks Dzeržinskij, fondatore e primo direttore della Čeka, accanto al monumento di Memorial, mettendo fianco a fianco il simbolo delle vittime e il simbolo dei carnefici. Similmente, il nuovo Museo di Storia del Gulag, inaugurato nel 2015, pur portando avanti numerosissime iniziative lodevoli, sembra replicare le attività di Memorial: organizza mostre, ha un centro studi, una biblioteca, fa spedizioni nelle aree remote della Russia alla ricerca delle ultime tracce dei campi sovietici e interviste agli ultimi sopravvissuti. Proprio come Memorial, con cui però non collabora.

A Perm’, sugli urali, il museo aperto su un campo di concentramento sovietico è stato tolto dalle mani di Memorial e affidato a una gestione regionale, che edulcora il passato. A Sandormoch, luogo di fucilazione di massa scoperto da Iofe, Flige e Dmitriev e diventato negli anni un cimitero memoriale, vengono mandati soldati a scavare le fosse per riscrivere la storia e dimostrare che in esse non giacciono migliaia di cittadini fucilati durante il Grande Terrore, ma anche soldati dell’Armata rossa. Un tentativo di cambiare i connotati delle vittime, in spregio della benché minima dignità dei resti, utilizzati come arma in una feroce guerra della memoria. Questo processo di invasione dello spazio della memoria si è concluso proprio pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina. In un colpo solo, la Russia ha perso la più importante voce indipendente della società civile e il più importante centro di monitoraggio dei diritti umani. Sembra lecito immaginare che si sia voluto sistemare il fronte interno prima di concetrarsi su quello militare. La verità la scopriremo se e quando emergeranno documenti capaci di confermare questa ipotesi. Per adesso, di certo c’è che lo Stato ha ora il monopolio della memoria e del passato, lo stesso passato distorto per giustificare una guerra ingiustificabile. La frase di Orwell riecheggia in Russia e nell’Ucraina distrutta dalle bombe.

ANDREA GULLOTTA, PRESIDENTE DI MEMORIAL ITALIA