Mare Artico (Depositphotos)

di Angelo Bruscino

La guerra scatenata dalla Russia in Ucraina è un domino che alza la tensione dovunque, là dove Mosca condivide confini con un mondo Occidentale sempre più percepito, ormai, come un nemico irriducibile. Del Baltico, già si è discusso. Ma un’altra zona strategica, di cui si sta parlando poco, è l’Artico. Fino a oggi, infatti, i Paesi che si proiettavano verso il Polo Nord avevano gestito quell’area in modo amichevole, per far fronte alla comune tutela dell’ambiente, ma anche per ragionare su come sfruttare in modo sostenibile le grandi risorse nascoste dai ghiacci, che il cambiamento climatico renderà sempre più disponibili.

Oggi, invece, Mosca rischia di essere circondata da potenze ostili, quasi tutte parte della Nato o in procinto di entrarvi. E la competizione per le risorse potrebbe trasformare quello specchio di mare in un campo di guerra. Oltre a Mosca, le potenze transfrontaliere sono infatti Canada, Danimarca (grazie alla Groenlandia, parte del Regno danese), Stati Uniti, Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia.

Se Svezia e Finlandia aderiranno alla NATO – come sembra ormai inevitabile –, tutti gli Stati artici tranne la Russia faranno parte dell’alleanza militare.

L’Artico è un tesoro, d’altronde, che può scatenare appetiti ostili. Secondo lo United States Geological Survey del 2008, il Polo Nord conserva 47000 miliardi di metri cubi di gas naturale, 44 miliardi di barili di gas allo stato liquido, 90 miliardi di barili di petrolio, oltre a riserve di oro, zinco, nichel e ferro; la Russia attualmente estrae 11 milioni di tonnellate di fosfati, 100 milioni di tonnellate di ferro, bauxite per produrre 3,85 milioni di tonnellate di alluminio. L’Artico è anche una importante riserva d’acqua potabile, nonché fondamentale per la produzione di energie verdi come quella eolica. Ma è anche una zona fragile – dove insistono dispute territoriali, come quella sulle isole Svalbard fra Russia e Norvegia -. E ora questi equilibri rischiano di rompersi.

L’alto diplomatico russo Nikolay Korshunov, al forum intergovernativo del Consiglio Artico, il 17 aprile ha denunciato il rischio di incidenti fra gli eserciti russo e quelli NATO, che hanno intanto intensificato le esercitazioni nell’Artico, a seguito dello scoppio del conflitto.

Tutti i membri del Consiglio Artico hanno annunciato a marzo che avrebbero boicottato i colloqui in Russia, che attualmente presiede il Consiglio fino al 2023, a causa della sua “flagrante violazione” della sovranità dell’Ucraina. Pertanto, il lavoro del gruppo è stato sospeso. Cosa ne sarà della cooperazione che serve a gestire quest’area?

In Russia, lo scioglimento delle calotte polari sta cambiando il focus militare. Della costa totale dell’Oceano Artico, infatti, il 53% è russo. Di conseguenza, la Russia ha aumentato la sua presenza militare nell’estremo nord. Non a caso, la Flotta del Nord è stata costituita nel 2014, e basata sulla penisola di Kola, vicino al confine con Finlandia e Norvegia, a seguito dell’annessione della penisola di Crimea da parte di Putin. L’arsenale russo nell’Artico comprende sottomarini armati di missili nucleari, aerei anti-sottomarini, portaerei e navi armate di missili.

Per gli osservatori internazionali, le attività militari russe nell’Artico hanno assunto una posizione sempre più aggressiva, alzando la posta in gioco per altri stati artici.

Ciò significava anche aumentare la presenza della NATO nell’Artico per garantire la difesa, secondo l’articolo 5 del Trattato di Washington, innescando però il noto “security dilemma” tipico della teoria dei giochi: allorquando l’aumento della sicurezza di uno stato porta altri stati a temere per la propria sicurezza; di conseguenza, le misure volte ad aumentare la sicurezza possono portare a tensioni, escalation o conflitti. Per aumentare la sicurezza, la si precipita. E, dunque, un’area che avrebbe bisogno di cooperazione, innesca una spirale negativa e il disimpegno collettivo.

Come se tutto ciò non bastasse, sull’Artico si proietta anche la Cina. La futura navigabilità della rotta artica che costeggia la Russia potrebbe tagliare i tempi di spedizione e i costi del carburante per il trasporto di merci tra Pechino e l’Europa, rispetto all’attuale rotta attraverso l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Non a caso, il Consiglio Artico ha anche 13 osservatori: Francia, Germania, Regno Unito e, in particolare, la Cina, che ha creato stazioni di ricerca al Polo e ha investito in miniere ed energia.

Ecco come si spiega l’atteggiamento più morbido di questi giorni da parte di Germania e Francia verso Putin. Non è solo il gas russo che tiene intrecciate Mosca e Berlino. Che Putin, dopo il conflitto in Ucraina, sia un paria internazionale, non c’è dubbio. Ma rescindere completamente i legami fra Russia ed Europa è veramente difficile. E il perché è anche l’Artico.