Giuseppe Conte (foto depositphotos)

di Alessandro De Angelis

Anticipiamo la conclusione, dopo aver riletto gli appunti sul taccuino. Va compreso. Forse aiutato. E, innanzitutto protetto da se stesso, dal quel senso di vertigine da assenza di potere. Mai nessuno ne aveva avuto tanto. Pensate: da Volturara Appula fino a chiudere gli italiani in casa, in piena pandemia. E poi, di nuovo giù. Pare che ormai, quando glielo nomini, Draghi risponde con un’alzata di spalle. Come prevedibile, gli ultimatum del giorno prima finiscono in una “supercazzola”. La solita, in una conferenza stampa alla Stampa estera. Verbosa. Pindarica. Prima retromarcia, roba che non ci si crede. Nemmeno ventiquattr’ore. Aveva detto, Conte, davanti alle telecamere di Piazza Pulita, proprio così, a ’mo di avvertimento: “Dopo il terzo decreto basta armi, il governo non ha più un mandato politico”. Come quei maschiacci che, menando le mani, dicono “Oggi l’hai fatta franca, ma la prossima volta…”.

I più scaltri già avevano capito che tirava aria di ritirata, nonostante l’infaticabile Casalino, maestro di storytelling, già imbeccasse scenari elettrizzanti, proiettando il film di una crisi di governo dei sedicenti pacifisti contro i perfidi guerrafondai. Poco convincente, perché se prima chiedi il voto sul terzo decreto e poi minacci sul quarto, logica aristotelica suggerisce che stai ingoiando il terzo. La nottata ha portato consiglio. Ed ecco che l’azzeccagarbugli del popolo spiega che, ci mancherebbe, “non vogliamo la crisi di governo”, anzi, ci mancherebbe ancora, “stiamo lavorando per rafforzare Draghi”, ma serve la mitica “soluzione politica” – ah, ecco, non ci aveva pensato nessuno – e una “strategia più elaborata dell’Italia e dell’Europa”, che è come il nero: fa chic e non impegna. La più bella di tutte è questa, udite udite: “Stiamo portando il governo sulla nostra linea”. Vabbé, andiamo alla successiva.

Al grande scandalo denunciato perché il premier aveva snobbato il Parlamento prima di volare per Washington, nemmeno avesse dovuto chiedere l’autorizzazione. Facendo sapere che avrebbe riferito dopo, essendo, come ovvio, gli esiti più importanti delle premesse. È quel che accadrà. Un’informativa, il prossimo 19 maggio. L’opposto di quel che era stato chiesto, viene rivendicato però come un successo: “Il premier time è stato mutato in informativa, ci sarà il confronto in Parlamento”. Vabbè, andiamo ancora oltre. A questo punto capisci che l’articolo può diventare impietoso. E speri quasi quasi che non cali del tutto le braghe sull’antiamericanismo. In fondo qualche soddisfazione il nostro l’aveva data, indicando, per la guida della Commissione esteri al Senato al posto di Vito Petrocelli, un putiniano di ferro, tal Gianluca Ferrara, uno che nel 2016 aveva pubblicato un libro L’impero del male (copertina con una bandiera americana, sottotitolo: i crimini nascosti da Truman a Trump).

E invece oggi va bene anche l’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato, su cui si dovrà pronunciare il Parlamento italiano. La dice a modo suo, perché “è chiaro che può avere effetti e implicazioni” su eventuali escalation “ma non mi sento di offrire una risposta negativa di fronte a un interesse così vitale per la Finlandia”. Vallo a spiegare alla compagnia di giro che suona la grancassa filo-russa tipo il professor Orsini: magari Putin si inalbera, guardando la Nato dalla sua casa di San Pietroburgo, ma come fai a dire di no. Insomma, si capisce che l’uomo si arrabatta: un passo avanti, due indietro, qualche sparata a salve, qualche rettifica, sperando di raccattare un po’ di voti, ma consapevole che non può tirare la corda.

Chi lo segue su una crisi di governo? I parlamentari, alla sola eventualità del voto, chiedono i cacciabombardieri sopra casa sua. Di Maio si dimette da ministro degli Esteri? Suvvia. Dal Quirinale poi partirebbero gli infermieri. Anche Salvini, uno esperto di schianti, si è tenuto alla larga da un Papeete pacifista. Prega, per gli altri e forse per sé. Facciamola breve, non accadrà nulla. Anzi forse qualcosa può accadere: scommettiamo che tra un anno Draghi è ancora lì, mentre Conte chissà, dopo lo schianto alle amministrative e le elezioni in Sicilia? Tenete a mente questa parola, Sicilia. Ne riparleremo.

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