Nella letteratura russa del XV secolo il sangue di cervo, bevuto, promette un aumento della libido e delle prestazioni sessuali. La leggenda narra dei cacciatori siberiani bevano il sangue dalle corna del primo cervo ucciso per farsi coraggio. Come Putin, dicono fonti incontrollabili, che mascherebbe una malattia grave e farebbe largo uso del sangue di cervo per farsi forza, per recuperare energie, per curare il tumore, per migliorare le sue prestazioni sessuali.

Leggende, appunto, o forse no. Perché il sangue di cervo, come cura “naturopatica” e anche un po’esoterica, esiste davvero, nell’est del mondo il prodotto è commerciabile, si vende, si acquista, si utilizza come “viagra” naturale per gli uomini, come siero anti-invecchiamento per le donne. La leggenda del sangue di cervo, che oggi viene raccontata per spiegare il “miracolo” di Putin, dato da anni per spacciato ma apparentemente in buona salute, ha ispirato anche film del passato, come “Alba rossa”, un fanta-thriller politico nel quale i nord coreani invadono gli Usa e i giovani di una cittadina si rifugiano nei boschi nutrendosi del sangue di cervo, simbolo della resistenza al dittatore comunista, o nazista, che dir si voglia. Per non parlare della leggendaria scena del film “Il cacciatore”, quando Robert De Niro ha un solo colpo per ammazzare il cervo, e più avanti, il nemico in guerra, e qui il cervo diventa simbolo del dubbio, del male e della forza bruta. Ma che c’entra Putin?