di Davide Leo

Oltre a quella sul territorio ucraino, esiste un’altra guerra tra potenze mondiale, che però si svolge interamente sul web: è quella tra Killnet e Anonymous, i due gruppi di hacker più grandi al mondo che si sono dichiarati guerra qualche giorno fa e da allora, come due veri e propri eserciti regolari, hanno iniziato una campagna di arruolamento per ingrossare le loro fila e sconfiggere il nemico. Niente fucile ed elmetto, però: la cyberwar si può combattere tranquillamente dal salotto di casa.

Entrambi gli schieramenti hanno diffuso sui rispettivi canali social una chiamata all’azione: Anonymous ha scritto su Twitter di aver “aperto ufficialmente una cyber-war contro il gruppo hacker filorusso. Stiamo creando un server con 100 hacker e metteremo in ginocchio Killnet una volta per tutte!», mentre Killnet ha pubblicato sul suo canale Telegram un messaggio che annuncia l’arruolamento: “Per partecipare all’operazione informatica ‘Panopticon’, annunciamo l’arruolamento di 3000 combattenti informatici entro 72 ore! Chiunque si consideri parte del movimento di hacking Killnet, venga sul canale Telegram di Legion Russia e attenda istruzioni!”. Accedendo al profilo di Killnet si viene reindirizzati a una Google Form dove gli hacktivisti chiedono alle reclute di fornire informazioni sui loro skill e sulle loro equipaggiamenti, per poi entrare a tutti gli effetti tra le fila del cyber-esercito.

Abbiamo imparato a conoscere Killnet con l’attacco ai siti di alcune istituzioni italiane di qualche giorno fa: il collettivo è un gruppo di hacker filorusso che da tempo ha sposato la causa dell’operazione militare speciale e aiuta l’esercito di Mosca a “denazificare” l’Ucraina. Anche Anonymous è un gruppo già noto per i sui attacchi informatici, ma mai prima d’ora aveva sposato una causa politica di stampo occidentale: “Ormai possiamo definire Anonymous come atlantista o comunque filo-occidentale”, ha detto ad Huffington Post Lorenzo Zaccagnini, informatico e Blockchain Developer a Kaaja “e questa è una novità, perché in passato il gruppo aveva preso di mira istituzioni occidentali, anche se con azioni dimostrative più che con attacchi veri e propri”.

Una volta chiarite le forze in campo, occorre spiegare come questa cyberwar può essere combattuta: “Anche qui, in realtà azioni di ‘guerriglia informatica’ c’erano già dal 2014, e anche durante la pandemia per esempio i siti di alcuni ospedali italiani furono bloccati temporaneamente”, specifica Zaccagnini. “Il meccanismo rimarrà sempre quello degli attacchi Ddos, che consistono nel sovraccaricare un sistema di richieste per farlo collassare e quindi bloccarlo. Ma queste azioni sono inutili dal punto di vista informatico, provocano al massimo un fastidio temporaneo per il disservizio. Secondo me il vero scopo del reclutamento – sottolinea Zaccagnini – è quello di farsi pubblicità e fare proselitismo: gli stessi attacchi Ddos possono essere compiuti da bot e non necessitano di una persona dietro al computer”.

La giovane comunità degli appassionati e aspiranti hacker potrebbe però rispondere entusiasta a questa chiamata alle armi, spinta dal desiderio di gloria e di farsi un “curriculum” nell’ambiente dell’hacking: “In questi gruppi conta molto mostrare quello che hai fatto, i reati informatici che hai commesso, un po’ come la street credibiliy dei rapper”, continua Zaccagnini. “Questo è un controsenso, perché uno dei pilastri del cyberwarfare è l’anonimato e un bravo hacker compie le sue azioni senza lasciare tracce”.

Ma c’è la possibilità che tra le fila di questi gruppi si arruolino anche giovani “foreign fighters digitali” italiani? “Certo”, conferma Zaccagnini, “e sicuramente alcuni ne fanno già parte”. Secondo l’esperto è questo il problema maggiore, dal momento che questa guerra digitale avrà una portata molto ridotta: “Non è detto che una volta finita la guerra queste nuove reclute non si radicalizzino definitivamente, come d’altronde fu per l’Isis“.

La portata ridotta di questa guerra però non significa che non ci possano essere conseguenze rilevanti sul conflitto “reale”: “A essere danneggiata – prosegue Zaccagnini – sarà sopratutto la diplomazia. La cosa peggiore che questi hacker possono fare è di esporre i dati di persone, militari o membri delle istituzioni degli schieramenti avversari”, cosa peraltro già vista da entrambe le parti. “Questo ostacolerebbe oltretutto l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, perché c’è una legge che impedisce ai Paesi membri di utilizzare software per il riconoscimento facciale e diffondere online dati personali”, conclude Zaccagnini.