Dmitry Medvedev (Depositphotos)

di Michele Valenzise

Le parole pesano sempre ed è bene non sottovalutarle. Però per giudicare obiettivamente quelle che ha usato Dmitry Medvedev, vice presidente del Consiglio di sicurezza nazionale della Federazione Russa, occorre davvero fare un piccolo sforzo in più. Per esprimere il suo pensiero aggiornato non ha scelto il divano dello psicanalista, bensì il canale Telegram, meno intimo. Medvedev ha spiegato di considerare gli occidentali “bastardi e degenerati”, di odiarli e di voler fare di tutto, finché sarà vivo, per farli sparire. Poiché la sola Unione europea ha 450 milioni di abitanti, il programma si preannuncia impegnativo.

In realtà, le affermazioni dell’alto esponente di Mosca non costituiscono una novità. Già da tempo, l’Occidente e le sue democrazie liberali sono visti dal Cremlino come pericolosi incubatori di corruzione, decadenza morale, gravi minacce ai “valori tradizionali”, se non all’esistenza stessa della Russia, e in definitiva insidie mortali per il mondo intero. Tuttavia in questo caso è interessante la scelta del timing. Dopo oltre cento giorni dall’inizio della guerra scatenata contro l’Ucraina, con lutti, violenze e distruzioni immani, crescono a giusto titolo da più parti le preoccupazioni e la domanda di pace. Si moltiplicano gli sforzi, su tutti i piani soprattutto con il sostegno all’Ucraina, per creare le condizioni minime per la ricerca di una soluzione negoziata. Ma dall’inizio dell’aggressione quella che continua a essere decisiva è la volontà della Russia, imperscrutabile salvo che nel suo intento di fare terra bruciata.

Se è difficile immaginare che Medvedev parli senza l’avallo di Putin, l’ultimo segnale da Mosca conferma purtroppo che la via di una composizione diplomatica della crisi è tuttora in salita. Certo, al Cremlino e dintorni ci possono essere ragioni di posizionamento interno, con un’ostentazione di oltranzismo utile a rassicurare il capo circa il proprio pieno allineamento, a fronte dei vari, misteriosi avvicendamenti verificatisi tra i vertici militari e civili. Né è da escludere un’improvvida competizione, nella ristretta cerchia degli uomini più vicini al presidente, attraverso una spirale di aggressività verbale. O ancora, un’intimidazione brutale, un pizzino in chiaro, indirizzato a quanti stanno appoggiando l’Ucraina e la sua resistenza armata, pur se con la linea rossa dell’estensione del conflitto in territorio russo. Al momento resta in ogni caso la difficoltà di giungere a un cessate il fuoco e di intavolare anche un embrione di trattativa.

A Roma, intanto, anche l’ambasciatore russo, Sergey Razov, predilige, o deve prediligere, i toni duri: dopo nove anni di servizio in Italia, dovrebbe sapere quanto sia pretestuoso censurare la stampa, lamentarsene col governo e accusare di immoralità i nostri dirigenti politici. Anche questo atteggiamento, di fatto, complica la via del dialogo. Con che obiettivo? Bene ha fatto la Farnesina a richiamarlo ieri con fermezza e a respingere oggi le farneticazioni di Medvedev. In questo quadro una pace conquistata a base di meri appelli accorati è una pia illusione, come lo è l’idea di riavvolgere rapidamente il nastro a prima del 24 febbraio come se nulla fosse successo. La cesura tra prima e dopo sarà profonda, per tutti.

L’odio ribadito da Mosca nei confronti dell’Occidente merita di ricevere una risposta di altro tenore. Qui nessuno odia i russi, non c’è ragione al mondo per antagonizzare un intero popolo. Il dissenso, totale, deve essere rivolto non alla società, tanto meno alla cultura e all’arte di quel grande Paese, ma alle sciagurate scelte dei suoi massimi dirigenti, accecati da un ottuso nazionalismo di epoche passate, travolte dalla storia. Sta a noi continuare a cercare le vie per fermare le armi, anche in un panorama così complicato e incerto. Per farlo avremo bisogno di mantenere una lucidità di analisi, che non può prescindere dalle responsabilità di chi aggredisce e dal sacrificio di chi si difende. Occorrerà ancora una coerenza d’azione, nazionale, europea e occidentale, che va preservata al di là delle differenze.

Sarà il modo migliore per smentire la “decadenza” di questa parte del mondo. E servirà a verificare che certe parole di Mosca sono, più che una minaccia, un indice di nervosismo per l’andamento ben poco glorioso della guerra scatenata e per le conseguenze che la Russia comincia a misurare a seguito delle sanzioni e soprattutto del doveroso sostegno occidentale politico e militare all’Ucraina.