Erdogan (Depositphotos)

di Mariano Giustino

Il presidente turco Erdoğan afferma che il Memorandum d’intesa firmato a Madrid con Svezia e Finlandia non esclude la possibilità che Ankara possa di nuovo opporre il suo veto all’ingresso dei due paesi nordici. E quindi mentre non pochi commentatori si stracciano le vesti gridando allo scandalo, ritenendo che l’Occidente abbia sacrificato i diritti dei curdi per assicurarsi l’ingresso di Stoccolma ed Helsinki nell’Alleanza Atlantica, in realtà il leader turco ritiene che quell’intesa non rappresenti un via libera definitivo all’adesione.

Nel vertice Nato di Madrid, Erdoğan è stato costretto a recedere dalla sua posizione intransigente di opposizione all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato e, seppur a certe a condizioni, ha concesso il via libera ai due paesi nordici. Per il momento si è dovuto accontentare di una dichiarazione di intenti vaga e del tutto generica che non comprende misure concrete da adottare come richiedeva in maniera perentoria Ankara.

Serviva al leader turco un documento da sbandierare con successo in patria per giustificare il ritiro del veto in maniera onorevole. La Turchia è infatti entrata nella stagione elettorale e anche per questo il leader turco tende a creare crisi artificiali in politica estera nel tentativo di muovere le leve del nazionalismo e riconquistare gli elettori che lo hanno abbandonato.

Erdoğan aveva definito i due paesi nordici “nidi del terrorismo” perché secondo lui ospiterebbero migliaia di simpatizzanti o esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), il gruppo armato che dal 1984 si batte per l’autonomia del sudest anatolico a maggioranza curda, considerato una organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione europea, della sua diramazione siriana, le Unità di protezione del popolo (Ypg), alleate degli Usa nella guerra contro l’Isis in Siria, e membri dell’organizzazione che fanno capo a Fethullah Gülen, accusato di aver orchestrato il tentato golpe del 2016.

Fino a pochi minuti prima del vertice di Madrid, Erdoğan era stato perentorio: “Se non sarà scritto nero su bianco che Svezia e Finlandia dovranno cessare di fornire riparo e sostegno economico alle organizzazioni terroristiche che minacciano la Turchia e, dunque, se non saranno estradati trentatré esponenti curdi che hanno trovato rifugio nei due paesi scandinavi, Ankara non potrà concedere il suo assenso all’ingresso al loro ingresso nell’Alleanza Atlantica”.

Ecco, questo il presidente turco a Madrid non lo ha ottenuto, ha dovuto cedere. Come vedremo infatti, nel memorandum si precisa una cosa ovvia, che l’istituto delle estradizioni è regolamentato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dagli ordinamenti comunitari e da quelli dei paesi ospitanti.

Il presidente turco ha dovuto cedere perché, se non lo avesse fatto, ciò sarebbe stato per lui molto più dannoso, anche perché avrebbe rischiato l’isolamento nell’Alleanza Atlantica e la sua posizione troppo sbilanciata verso la Russia avrebbe provocato un ulteriore peggioramento dei fondamentali economici turchi, con una maggiore sfiducia nei mercati e una lira che avrebbe perso ancora più valore rispetto a dollaro ed euro. È stato dunque costretto ad accontentarsi solo di parole, di generiche promesse, impegni e di null’altro.

I veri vincitori del braccio di ferro tra Turchia, Svezia e Finlandia sono il segretario generale della Nato Stoltenberg con la sua indiscutibile abilità diplomatica e il presidente Usa Biden che ha convinto il leader turco a firmare il Memorandum d’intenti.

Ma vediamo brevemente cosa dice di essenziale questo Memorandum d’intesa.

Vi sono cinque punti critici nell’Accordo di Madrid in cui Finlandia e Svezia si impegnano a continuare la lotta contro qualsiasi tipo di terrorismo con perseveranza e determinazione e a rafforzare la loro legislazione a tal fine, come ogni paese d’altronde dovrebbe fare. Ma pochi sanno che la Finlandia, già prima della crisi ucraina aveva provveduto ad una riforma della legge antiterrorismo che l’ha resa più repressiva e che è entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno e che anche la Svezia aveva già provveduto a varare una riforma della legge antiterrorismo che è entrata in vigore il primo luglio.

I punti del memorandum più salienti sono:

  • Pieno sostegno alla Turchia contro tutte le minacce alla sua sicurezza nazionale.
  • Ferma opposizione al terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni.
  • Condanna in modo chiaro e inequivocabile di ogni attacco compiuto da qualsiasi organizzazioni terroristica contro la Turchia.
  • Fine del supporto al Partito di unione democratica curdo-siriano (Pyd) e alla sua ala armata Ypg e all’organizzazione definita dalla Turchia con l’acronimo di Fetö, quella dei seguaci di Fethullah Gülen.
  • Infine si ribadisce che il Pkk è un’organizzazione terroristica come d’altronde dovrebbe essere già scontato dal momento che questo gruppo è nella lista delle organizzazioni terroristiche di Usa e Ue dal 2002.

Insomma, con questa generica dichiarazione Svezia e Finlandia hanno espresso semplicemente il loro pieno sostegno alla Turchia nella lotta al terrorismo. Questi cinque punti sono l’essenza del Memorandum di intesa che Erdoğan ha utilizzato presentandolo in patria come una vittoria. Serviva questo riconoscimento a al presidente turco per il via libera e una foto opportuny con Biden perché potesse dimostrare alla sua popolazione che il leader della Turchia è uno statista di grande prestigio a livello internazionale che si fa rispettare e che detta le condizioni per la cooperazione in materia di sicurezza e di strategia politica dell’Allenza.

Il leader turco, come dicevamo, è stato costretto ad accettare un riconoscimento simbolico perché è alla vigilia di delicate elezioni e non è sicuro di poterle vincere e se avesse negato a Madrid l’ingresso a Svezia e Finlandia avrebbe rischiato di provocare un indebolimento devastante dell’economia turca già fortemente debilitata e vulnerabile rispetto agli umori degli investitori stranieri che avrebbero ulteriormente allontanato dal paese i loro capitali.

Il ritiro momentaneo del veto turco all’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato dunque non è propriamente dovuto all’accordo sul Memorandum d’intesa trilaterale, che come dicevamo in sostanza esprime genericamente la semplice volontà di una maggiore cooperazione nella lotta contro qualsiasi forma di terrorismo. E non vi è nulla nella dichiarazione che possa far pensare che la Nato abbia sacrificato la questione curda barattandola con Erdoğan.

Come è chiaramente leggibile nell’accordo trilaterale, il presidente turco ha ottenuto solo il riconoscimento dell’esistenza della minaccia rappresentata dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e dalla sua diramazione siriana Pyd, alla sua sicurezza nazionale e la fine dell’embargo parziale sul trasferimento di tecnologia militare ad Ankara, cosa quest’ultima già prevista ancora prima dell’inizio della crisi ucraina.

Erdoğan non ha ottenuto nulla di concreto nemmeno dall’incontro che ha avuto con il presidente Usa, Joe Biden. Perché di fatto non ha ancora ottenuto lo sblocco della vendita dei nuovi caccia F-16, ma solo un generico impegno da Biden, perché la decisione finale spetta al Congresso e come si sa nel Congresso il presidente Usa non ha una maggioranza e in esso è molto influente la lobby anti turca e Biden ha le elezioni a novembre e non è scontato che le vincerà. Dunque, per il leader turco, anche l’acquisizione degli F-16 non è affatto certa.

La verità è che Biden ha fatto capire a Erdoğan che se non avesse tolto il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato sarebbe stato impossibile per lui convincere il congresso a far cadere l’embargo contro la Turchia e ciò sarebbe stata la cosa peggiore perché il presidente turco è alla vigilia di cruciali elezioni e la sua vittoria come dicevamo non è per nulla scontata.

Ecco cosa ha convinto il leader turco a concedere il via libera a Stoccolma e a Helsinki. Lo ha convinto lo scenario peggiore a lui prospettato da Biden. Queste parole del capo della Casa Bianca sono state risolutive assieme al riconoscimento inserito nel memorandum dell’esistenza di una minaccia terroristica curda ai confini sudorientali della Turchia, cosa necessaria per concedere al leader turco un pezzo di carta da sbandierare in patria come una vittoria che con tutta evidenza non vi è stata. In sostanza Biden ha raccomandato a Erdoğan di starsene buono perché altrimenti avrebbe complicato le cose e avrebbe indebolito la sua posizione nei confronti del Congresso. E dunque sarebbe stato molto più difficile aiutarlo.

L’uscita da Madrid con il veto a Svezia e Finlandia avrebbe infatti irrigidito il congresso che definitamente avrebbe bocciato la proposta di Biden di fornire 40 nuovi F-16 e 80 kit di modernizzazione richiesti da tempo da Ankara che era stata già esclusa dal programma di produzione e acquisizione dei caccia di quinta generazione F-35 per aver acquistato dalla Russia il sistema S-400 non compatibile con quello Nato perché il suo potente radar avrebbe carpito i codici dei caccia Usa mettendo a rischio la sicurezza di questi velivoli.

Erdoğan – che necessariamente deve assecondare i circoli anti Nato del suo prezioso alleato ultranazionalista Mhp e quelli eurasisti che propugnano l’allontanamento dall’Occidente, la fuoriuscita dalla Nato e più stretti legami con Cina e Russia – tornato ad Ankara dal vertice di Madrid si è visto costretto ad alzare la posta e a presentare una nuova lista di persone di cui si chiede l’estradizione. Che è non più di soli 33 membri, ma che ne include ben 73. Tra questi vi sono l’editore e scrittore Ragıp Zarakolu, considerato da Ankara un terrorista in quanto “membro del Pkk, il giornalista Bülent Keneş, membro dell’organizzazione islamista che fa capo a Fethullah Gülen, e Aziz Turan ricercato perché accusato dell’omicidio della scrittrice e giornalista curda Musa Anter; il suo caso sta per essere prescritto.

“Vedremo se le promesse che ci sono state fatte verranno mantenute durante il processo di adesione”, ha detto il leader turco e ha precisato che Svezia e Finlandia non sono ancora membri della Nato e che dunque se commetteranno errori il Parlamento turco, che dovrà concedere il via libera definitivo, si opporrà all’ingresso.

La Grande assemblea nazionale turca è chiusa per ferie dal 1° luglio e riprenderà i suoi lavori il 1° ottobre, dunque per Svezia e Finlandia la strada per l’adesione non è del tutto spianata. Ankara infatti potrebbe dare ancora grattacapi all’Alleanza Atlantica proprio perché è alla vigilia di elezioni presidenziali il cui esito è in bilico per leader turco, ragion per cui ha bisogno necessariamente di riconquistare l’elettorato che lo ha abbandonato.

Erdoğan forse pensa che per lui sia più conveniente andare verso le elezioni conservando la carta curda e tenendo sospesa l’adesione di Svezia e Finlandia, per apparire davanti ai suoi lettori come colui che fa rispettare le esigenze di sicurezza del paese, restituendo prestigio alla Turchia col riconoscimento di un suo ruolo decisivo nelle scelte politiche dell’Alleanza Atlantica. Vuole vincolare il proprio consenso all’adesione dei due Paesi nordici alla Nato all’estradizione di presunti terroristi.

Ma il terzo comma dell’articolo 8 dell’accordo firmato a Madrid recita così: “Finlandia e Svezia valuteranno prontamente le richieste di espulsione o estradizione avanzate dalla Turchia di presunti terroristi, tenendo conto delle informazioni, delle prove documentali, dei rapporti dell’intelligence forniti dalla Turchia, purché in linea con la Convenzione europea sull’estradizione”.

Aver posto tanta enfasi nel Memorandum su queste otto parole – “Purché in linea con la Convenzione europea sull’estradizione… – significa che tali estradizioni difficilmente avverranno. Infatti, secondo l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’estradizione di rifugiati politici è fuori questione, è impossibile che possa avvenire, perché l’articolo 3 lo vieta. Per reati di terrorismo, sono necessarie prove schiaccianti, si controlla se le persone ricercate hanno veramente commesso un reato di terrorismo secondo il diritto internazionale, e non certamente secondo il diritto vigente in Turchia, ma secondo il diritto vigente nel paese in cui vivono e se i sospetti risultassero fondati, gli imputati sarebbero processati nel paese in cui risiedono. Le misure di rimpatrio sono soggette al diritto internazionale e non possono essere decise dalla Turchia.

Insomma, non è così facile estradare una persona in un paese, soprattutto quando questo non applica il giusto processo. Il diritto internazionale semplicemente lo vieta. Il problema semmai verrebbe trasferito al Segretariato generale del Consiglio d’Europa affinché si pronunci sulla questione entro tre mesi, ma sempre in linea con la Convenzione europea sull’estradizione. Erdoğan queste cose le sa, ma gli fa comodo insistere per ragioni di politica interna.

Mentre il leader turco era impegnato nell’incontro con Biden, il ministro degli Esteri svedese Ann Linde aveva rilasciato una dichiarazione dicendo che la Svezia “non avrebbe mai ceduto a Erdoğan e che non vi sarebbe stata alcuna estradizione a meno che non vi fossero prove di attività terroristiche inconfutabili”. È da tener presente che la Svezia terrà a settembre le elezioni e che l’attuale governo di minoranza socialdemocratico deve il suo voto di fiducia al solo voto della parlamentare curda-iraniana che non nasconde la sua posizione pro-Pkk.

Erdoğan molto probabilmente sarà costretto a confermare il via libera a Stoccolma e a Helsinki dicendo ai suoi cittadini che ha ottenuto ciò che voleva. Controlla infatti almeno il 90% dell’informazione e ai suoi elettori può far credere ciò che vuole.

Probabilmente il leader turco preferisce rinviare questa decisione a dopo le elezioni. Perché così non provocherebbe un ulteriore scossone in politica interna che potrebbe essergli fatale. Dopo le elezioni, se dovesse vincerle, non vi sarebbe più alcuna remora per lui a dare il via libera a Svezia e Finlandia perché sarebbe stato superato il problema di fare accettare all’opinione pubblica turca l’adesione dei due paesi nordici. Così Erdoğan può riproporre la narrazione che “la Turchia ha alla presidenza un eroe che sfida il mondo”. Inoltre, questo ha anche la funzione di addolcire la rabbia della Russia e di non bruciare tutti ponti con Mosca.

È rischioso tutto questo? Certo che è rischioso. Sia economicamente che politicamente. Ma questa è una carta che Erdoğan ritiene preziosa e che preferisce giocare probabilmente concludendo il braccio di ferro dopo le elezioni. Intanto il leader turco è riuscito ad acquistare molta più visibilità sulla scena internazionale. Se non avesse causato questa crisi, non sarebbe stato possibile per la Turchia avere l’attenzione del mondo sulla questione del Pkk e per Erdoğan, aver ottenuto questa attenzione e questa visibilità così ampia sulla stampa internazionale, è sicuramente un successo.