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di Federica Fantozzi

La Lega ventila l’uscita dal governo, ma ha pronta la risposta: è tutta colpa del Pd, mica di Draghi. Sì alla pace fiscale e no allo ius scholae, sì all’aumento degli stipendi e no alla liberalizzazione della cannabis, sì alla “responsabilità” su economia e guerra e no alle “provocazioni” del Nazareno. Nel giorno che sembra sfuggirgli di mano poiché il rinvio del faccia a faccia Draghi-Conte lo costringe a rimanere alla finestra, Matteo Salvini prepara comunque il terreno per una exit strategy dall’esecutivo. “Ora basta, se la sinistra insiste con droga libera, cittadinanza facile e ddl Zan faremo vedere di che pasta è la Lega” ripete durante la trasferta milanese. Ancora più esplicito il capogruppo al Senato Romeo: “Se la sinistra va avanti su questa strada la tenuta del governo è a rischio”. Nel radar c’è Enrico Letta, reo di promuovere il ddl che concederebbe la cittadinanza italiana ai ragazzi stranieri dopo cinque anni di scuola. E pazienza se, complici i tempi stretti, difficilmente quella legge vedrà la luce senza un accordo di maggioranza: l’effetto rimane quello del drappo rosso davanti agli occhi di un toro. Indigeribile. La mera approvazione alla Camera è “impossibile da tollerare”. Ed è un ottimo pretesto per minacciare la crisi. Finché, se non altro, si chiariranno i destini dei Cinquestelle.

Il Capitano riunisce in via Bellerio la segreteria allargata, l’organismo nuovo di zecca varato dopo i non brillanti risultati delle ultime amministrative. Salvini e Giancarlo Giorgetti arrivano in contemporanea. C’è la ministra Erika Stefani e, in collegamento, il titolare del Turismo Massimo Garavaglia. I capigruppo Molinari e Romeo, più il capo delegazione a Strasburgo Campomenosi. Assenti giustificati Fedriga e Zaia: il primo è in vista istituzionale negli Usa, il secondo è stato dirottato sulla Marmolada. Chissà se e quanto ha inciso l’assenza dei due pesi massimi “governisti”.

Fatto sta che il segretario incassa solo in parte l’assunzione collettiva di responsabilità a cui puntava, stufo di “metterci sempre e solo la mia faccia”. E’ vero che stavolta, nel punto stampa, la faccia ce la mette Giorgetti: “E’ giusto che la Lega faccia sentire la sua voce, siamo responsabili ma portiamo avanti le nostre idee”. Ma appare chiaro che la linea, come l’eventuale strappo finale, sono e saranno appannaggio del capo: “Non decido io se restare al governo, decide il Parlamento”. A scanso di equivoci, il ministro indica i due capigruppo lì accanto. Idem la Stefani: “Il mandato dei ministri della Lega è in mano a Salvini, non ad altri. È lui che deciderà che cosa fare”. La leadership – onori e oneri – non è in discussione. Per ora.

La decisione di far fibrillare Draghi è presa, non si sa se per rosolarlo a fuoco lento o per dare una spallata, sulla scia di ciò che farà Giuseppe Conte. In ogni caso, lo si fa per interposto Pd. “Ma davvero vogliono portare a rompere con la provocazione dello ius scholae? – ostenta stupore il senatore Stefano Candiani – Non si era stabilito che i temi divisivi restassero fuori dall’agenda del governo? Quindi, citofonare ai Dem”. Rilancia Claudio Borghi, capofila dell’ala dura. “Ma come, andiamo avanti tra corse e fiducie e poi passiamo tutto il giorno a discutere di ius scholae e cannabis? Ci stanno prendendo in giro? Ritirino subito questi provvedimenti”.

Ma Salvini prova a stringere i bulloni anche su un altro fronte. Al Pirellone in mattinata tiene fede a una promessa, fatta insieme a Giorgetti: blindare la candidatura bis del governatore Attilio Fontana, provando a fare terra bruciata intorno alle ambizioni di Letizia Moratti. Raccontano che Fontana si sia irritato per la fuga in avanti della sua vicepresidente e che abbia considerato una sgrammaticatura l’auto-candidatura. Ecco dunque che alla riunione con assessori e consiglieri regionali, alla notizia della disponibilità di Fontana ribadita dal leader e dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti, fonti di via Bellerio si premurano di far sapere che “è scattato un lungo applauso”. E il governatore in carica fuga dubbi: si aspetta un passo indietro della Moratti? “Mi aspetto dagli alleati di centrodestra la conferma della mia candidatura, e basta”.

La parola passa a Giorgia Meloni, che con la Moratti ebbe anche un pour-parler su ipotesi quirinalizie, e che non si è ancora espressa. Lo ha fatto, a favore del leghista, Daniela Santanché, come già gli azzurri Antonio Tajani e Licia Ronzulli. Salvini però sa che forzare sulla Lombardia si porta dietro due corollari. Il primo è che se si sta alla regola della ricandidatura degli uscenti, diventa sempre più difficile fare la guerra a Nello Musumeci in Sicilia. E se anche prevalesse per sfinimento dell’avversario, per Salvini potrebbe rivelarsi l’ennesima vittoria di Pirro: tanto Fontana quanto Musumeci nel sondaggio del Sole 24 Ore sul gradimento da parte degli elettori galleggiano a metà classifica con un blando 50%. Laddove il podio è occupato al primo posto dal veneto Zaia al 70%, seguito dal friulano Fedriga, in crescita al 68%. La Lega nel Nord Est va a vele spiegate: quella governista, appunto. L’ennesimo segnale per Salvini, se vorrà coglierlo.