Giuseppe Conte (foto: depositphotos)

di Cesare Martinetti

“La République c’est moi!”. Rabbioso, paradossale, ironico, ma anche grottesco e a suo modo grandioso. Jean-Luc Mélenchon si è rivolto così a un commissario di polizia che gli sbarrava l’ingresso della sede del suo partito. È successo quattro anni fa, ma la scenetta (rivedibile su YouTube o nel sito di ina.fr) è rimasta aneddotica e costituente del personaggio che nel deserto della gauche si apprestava a raccogliere un testimone che da Mitterrand in poi nessuno aveva saputo brandire.

Ve l’immaginate Giuseppe Conte dire qualcosa del genere, con quel tono di voce, gli occhi ispirati, il dito che si alza ammonitore sul rappresentante della legge rivendicando il primato della politica senza poi aggiungere un timoroso “quasi, forse, è urgente ma possiamo aspettare”?

Chi sogna l’ex presidente double-face del Consiglio italiano a capo di una coalizione “mélanchonista” deve partire di qui perché l’operazione “Nupes”, (nouvelle union écologiste et sociale) che in Francia ha riunito sotto un unico cartello elettorale le sinistre perse e disperse nelle elezioni legislative di giugno, prima che un’operazione politica è stata la performance teatrale di un leader unico e non esportabile. Jean-Luc Mélenchon è il primo a saperlo e a 71 anni, dopo una vita passata tra le seconde fila della politica francese si è di fatto ritirato, rinunciando persino al suo seggio in parlamento. Ora dalla sua comfortable zone di leader reale e insieme virtuale (è stato il primo a fare comizi in contemporanea apparendo sotto forma di ologramma digitale in dodici città) il capo degli Insoumis muove i fili delle sue figurine come pietre d’inciampo dell’inevitabile incontro tra le destre per l’appoggio al Macron azzoppato dalle deludenti legislative.

E intanto rilancia la sua immagine di “líder” neo terzomondista incontrando il neo eletto presidente colombiano Pero Gustavo, che lo omaggia come “defensor de los derechos del trabajador y la rédistribución de la riqueza”.  O andando di persona a sostenere la sinistra honduregna minacciata dai soliti puchisti centro americani. Un Fidel della “rive gauche” a riposo nella lotta.

Ci vuole talento, ci vuole “culot” per essere Mélenchon, bisogna saper rovesciare il più monarchico dei proclami – “l’État c’est moi”, di Luigi XIV – nella più orgogliosa rivendicazione democratica pronunciata da un rappresentante del popolo: la Repubblica sono io! Ci vuole un’idea di teatralità della politica che non ha eguali, la scioltezza nel miscelare accenti shakespeariani a fucilate bolsceviche: “Je suis le bruit et le fureur, le tumulte et le fracas”.

Ma per unire le sinistre bisogna affondare le radici nel labirinto del Novecento o di quel che ne resta. Il vero miracolo di Mélenchon è stato non tanto mettere insieme socialisti e verdi, già alleati nel governo della gauche plurielle di Lionel Jospin (1997-2002), ma riunire gli eredi della Quarta Internazionale, divisi da sottigliezze “paranoiche” (la definizione è di Le Monde) sopravvissuti fino a ieri in microfessure come quella tra il POI (partito operaio indipendente) e il POID (partito operaio indipendente democratico) protagonisti di un’ultima scissione ancora nel 2015. Uniti dai fondamentali che tuttora Mélenchon vecchio trotzkista considera suoi: lotta alla Quinta Repubblica (dunque al sistema presidenziale), euroscetticismo, l’identità operaia e laica del movimento operaio francese, il riferimento permanente alla “grande Rivoluzione del 1789”.

Ci vuole insomma un po’ di profondità storica riconoscibile e condivisa se tuttora ti dici comunista o  di “rifondazione”, o art. 21, o Leu, o sei un cinquestelle che per un momento hai mandato dei “vaffa” a tutti quanti. E se si vuole davvero spingere il paragone con Mélenchon fino in fondo, bisognerebbe che una parte del Partito Democratico come ha fatto una parte del Partito Socialista francese, accettasse di entrare in questo carrozzone riconoscendo la leadership all’uomo capace di esercitare un “furore repubblicano” come ha fatto l’inventore degli Insoumis. 

Ma Giuseppe Conte, il capo del partito che dopo un incontro con il presidente del Consiglio ha detto “le urgenze che abbiamo posto non sono urgenze che richiedono una pronta risposta”, sarà capace di tanto? Finora nel suo passaggio dalla libera professione alla guida di due governi e ora del partito tuttora di maggioranza relativa, l’avvocato Conte è stato assistito di padre Pio (di cui conserva l’immaginetta nel taschino) ed ha goduto di un certo “culo”. Avrà il “culot” indispensabile per essere il nostro Mélenchon?

E poi c’è un’altra questione che nella narrativa un po’ provinciale che si fa in Italia delle cose che avvengono all’estero è stata travisata. Jean-Luc Mélenchon non ha vinto le elezioni, le ha perse. Terzo nelle presidenziali, non è andato al ballottaggio. E dopo le legislative, la Nupes resta un cartello, ma ogni partito (socialisti, comunisti, verdi…) si è ripreso i suoi seggi e si è fatto il suo gruppo. Risultato finale è che il secondo partito di Francia rappresentato all’Assemblea è il Rassemblement di Marine Le Pen. Dunque a conti fatti un partito “mélancholia” nasce a vocazione minoritaria, votato a perdere. È questa l’idea?