di Gianni Del Vecchio

Certo, non è il massimo della vita. Nel lessico politico ci sono due sostantivi che ricorrono spesso per indicare la tipologia di coalizione non-coalizione con annesse “alleanze costrette” che Letta e Calenda hanno partorito per competere alle prossime elezioni, e c’è da scommetterci che entrambi li sentiremo spesso da qui al 25 settembre: accozzaglia e ammucchiata. Vocabolario alla mano, c’è poco da questionare: sono termini azzeccati. Il centrosinistra infatti si presenterà al voto con un’alleanza strettamente tecnica dei partiti che ne fanno parte, che esisterà sulla scheda elettorale ma non nella realtà dei fatti: non avrà un nome, non avrà un simbolo, non avrà un programma e figurarsi un candidato premier condiviso. “Marciare divisi per colpire uniti”, direbbero i gran strateghi elettorali. Un fritto misto senza cuore né anima, diranno sicuramente i tre tenori del centrodestra che già si sentono la vittoria in tasca (e infatti già stanno litigando per chi deve accaparrarsi più collegi e soprattutto chi deve sedersi sulla poltrona più ambita di palazzo Chigi). Di sicuro non è una pagina edificante per la recente storia politica del centrosinistra, soprattutto se si considera quella con la P maiuscola, non c’è neanche da stare qui a disquisirne.

E però c’è un però. Anzi tre. Questa ammucchiata ha almeno tre pregi, nasconderli sarebbe ipocrita o quanto meno miope. Iniziamo dal primo. Sia Letta che lo stesso Calenda non hanno voluto abbellire o camuffare l’opportunismo della trovata elettoralistica. Entrambi hanno detto chiaramente, in piena onestà intellettuale, che si tratta solamente di un matrimonio d’interesse, senza manco salvare le forme. C’è poco di alto e nobile, c’è invece molto di conveniente e anche da pizzicagnolo, ma tant’è signori, non c’è trucco, non c’è inganno. Per una volta va elogiata la trasparenza di chi non cerca di imbrogliare l’elettore con una mano di vernice passata all’ultimo minuto. Il secondo pregio è il pragmatismo che per una volta ha guidato i leader di centrosinistra, notoriamente famosi per scelte politiche ai limiti dell’autolesionismo. Ebbene, stavolta hanno capito che non c’era tempo per costruire un’alleanza degna di questo nome, la caduta del governo Draghi li ha colti di sorpresa e lasciati esangui, e quindi in tutta fretta hanno optato per la via più breve: mettersi tutti assieme sulla scheda senza avere la pretesa di arrivare a una sintesi per la quale in passato ci sono voluti mesi per raggiungerla, a volte peraltro con risvolti comici (vi ricordate l’agevole e tascabile programma di 250 pagine dell’Unione di Prodi?). Nessun programma a volte è meglio di un cattivo programma. Anche perché l’obiettivo primario di Letta e Calenda – loro non lo direbbero mai esplicitamente, ci mancherebbe, entrambi devono mostrare di credere nella vittoria – è quello di limitare i danni e non far stravincere la destra, realisticamente già un pareggio sarebbe una specie di miracolo nelle urne. Basta dare uno sguardo alle proiezioni sulla base dei sondaggi, l’ultima è quella dell’Istituto Cattaneo, per capire come sia necessario per il campo avverso alla destra limitare il cappotto nei collegi uninominali, che al momento potrebbero far raggiungere alla coalizione guidata da Giorgia Meloni il 60% dei seggi totali. Una percentuale pericolosamente vicina a quel 66% che consentirebbe al centrodestra di cambiare la Costituzione senza passare dal referendum confermativo. Scenario che al momento i sondaggisti danno per poco probabile ma non impossibile. Scenario che già da solo giustificherebbe il matrimonio d’interessi. E poi, chissà, la vita e la politica sono imprevedibili, magari a furia di stare assieme scocca la scintilla e nasce qualcosa di serio, come auspica il professore Arturo Parisi, intervistato da HuffPost, uno di quelli che di coalizioni qualcosa ne capisce, altroché. Infine il terzo pregio: oggi si pone fine anche formalmente al campo largo, all’alleanza innaturale e contronatura fra il Pd – forza di sistema per eccellenza, visto che sta quasi ininterrottamente al governo da 10 anni, malgrado non abbia vinto le due ultime tornate elettorali – e M5s – forza nata, cresciuta e pasciuta populista, che per un attimo populista lo è stata un po’ meno, per poi tornarlo ad essere in tutto il suo splendore facendo cadere il governo Draghi.

Insomma, l’uovo di Colombo congegnato da Letta e Calenda un senso potrebbe anche averlo. Ma un senso pieno e compiuto lo avrà solo se alla lunga non si rivelerà solo un’alchimia elettorale ma sarà invece un primo passaggio, per quanto rozzo e raffazzonato, verso un progetto serio e alternativo che possa edificare un bastione democratico e liberale contro le destre sovraniste e populiste. Progetto che non deve avere timore di forgiarsi attraverso una sconfitta elettorale e una più o meno lunga traversata nel deserto dei leader di sinistra. Altrimenti l’ammucchiata o accozzaglia che dir si voglia passerà alla storia per quello che attualmente è: un’ammucchiata o accozzaglia. Ovvero un’altra occasione persa per il centrosinistra.