di FABIO PORTA
“Condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato (con relativi diritti e doveri)”: è questa la definizione che l’enciclopedia Treccani, la più autorevole e prestigiosa in Italia, fornisce della parola “cittadinanza”. La cittadinanza è quindi il principale vincolo che lega un individuo allo Stato, e nel caso italiano anche all’Unione Europea della quale il nostro Paese è anche Stato fondatore. Stiamo parlando quindi di un principio di altissimo valore, del cardine intorno al quale è organizzata la convivenza civile di un popolo.

“La cittadinanza – si legge sempre nella Treccani - può essere originaria se l’acquisto di essa avviene per il fatto stesso della nascita, oppure derivata, se non si nasca cittadini, ma si diventi tali. La cittadinanza originaria può acquistarsi iure sanguinis , per il rapporto cioè di filiazione, e questo è il criterio prevalente negli Stati europei; oppure iure soli , per il fatto cioè di essere nato nel territorio dello Stato, criterio, questo, predominante negli Stati americani.”

Il principio prevalente in Italia è lo ‘ius sanguinis’, che lega in maniera forte e per certi versi indissolubile il nostro Paese ai suoi milioni di discendenti in tutto il mondo, una diaspora che non ha eguali al mondo. Un principio di grande valore e responsabilità, quindi, che purtroppo negli ultimi anni è stato messo in discussione non soltanto dalle legittime e comprensibili richieste di quanti chiedono di introdurre anche in Italia lo ‘ius soli’, o meglio lo ‘ius culturae’ (perché legato alla frequentazione di un ciclo di studi del nostro sistema scolastico), ma anche – direi soprattutto – dalla mercificazione che agenzie specializzate o faccendieri spregiudicati hanno fatto di un diritto che viene commercializzato alla stregua di un qualsiasi prodotto o bene di consumo.

L’ultimo caso, che in Italia e nel mondo ha suscitato sconcerto e indignazione, è stato quello di un’agenzia che ha fatto ricorso addirittura al “Black Friday” (invenzione americana per commercializzare a prezzo ridotto alcuni prodotti in determinati giorni della settimana o dell’anno) per “vendere” i propri servizi in materia di cittadinanza italiana. Siamo così arrivati alla totale banalizzazione di quello che invece dovrebbe essere il più nobile dei diritti-doveri di una persona, quello di essere “cittadino” e quindi parte integrante di un superiore consesso civile.

Ma come si è potuto arrivare a tutto ciò? Perché una materia così alta e delicata è stata ridotta ad una volgare compra-vendita da shopping center? Alla radice di questo fenomeno c’è innanzitutto il grandissimo volume di domande che, a partire dagli anni ’90 (all’indomani della legge 91 del 1992) e in particolare in Sudamerica, si sono riversate sui consolati da parte degli italo-discendenti, cittadini nati all’estero con ascendenza italiana.

La rete consolare di questi Paesi si è trovata impreparata e inadeguata alla gestione di una mole così grande di domande e se da una parte si è lavorato, anche a livello parlamentare, per dotare i consolati di maggiore risorse umane e finanziarie per evadere gli arretrati che man mano di accumulavano, dall’altro qualcuno ha preferito puntare sulla speculazione ossia sul “business delle cittadinanze”.

Si sono così moltiplicati casi di falsificazione di documenti e corruzione di ufficiali d’anagrafe di comuni italiani, mentre i tribunali italiani sono stati inondati da azioni legali che richiedevano la definizione per via giudiziaria delle domande di cittadinanza. Una palla di neve che rischia di travolgere, come il bambino che si butta via con l’acqua sporca, la sincera e legittima aspirazione di moltissimi italo-discendenti al diritto di essere riconosciuti cittadini italiani. Occorrerebbe invece riportare questa discussione ad una riflessione serena, seria e approfondita in grado di tenere insieme il diritto, giuridicamente inteso, i princìpi costituzionali e gli eventuali interventi legislativi in questa materia.

Tutto ciò andrebbe fatto in maniera oggettiva e con grande senso di responsabilità, così come ci si aspetterebbe da un grande Paese come l’Italia. Visioni ideologiche contrapposte non aiutano a trovare una soluzione; meno ancora le vergognose banalizzazioni commerciali di chi ha scambiato la “cittadinanza” con un prodotto da supermercato.