Movimento 5 Stelle (foto depositphotos)
di Luca Bianco

Il day after del Movimento Cinque Stelle ha il sapore amaro di chi un tempo era prima forza politica del paese ed oggi si ritrova di poco superiore, in numeri parlamentari, a Forza Italia. Un Movimento dimezzato nelle truppe, ma anche nei finanziamenti. Un bel paradosso per chi professava l'abolizione totale del finanziamento alla casta. Oggi, con metà dei parlamentari rispetto alle politiche, i 13 milioni di euro incassati quattro anni fa sono solo un lontano ricordo. D'altronde lo ha detto poco fa anche lady Rousseau Enrica Sabatini, la compagna di Casaleggio junior: il danno per il Movimento "è stato anche economico: Di Maio toglie a Conte forza in Parlamento, sui territori e in periferia, e gli toglie potere economico. Tutti gli asset di un'organizzazione". E alla fine della legislatura più trasformista della storia mancano ancora nove mesi. La situazione può solo peggiorare.

Camera.it. Dalla pagina che tiene conto dei cambi di casacca, gruppo Movimento Cinque Stelle: una lunga lista di espulsioni o dimissioni. Cinque/sei al mese. Aumentate soprattutto con la fine del governo giallo-verde, quello dove il Movimento 5 Stelle, nelle sue metamorfosi di legislatura, era più in linea con il programma con il quale si era presentato nel 2018. In poco più di due anni, e un cambio di alleato, la diaspora ha riguardato 29 deputati e 18 senatori. Dal ministro dimissionario Lorenzo Fioramonti all'ex attore oggi novello forzista Nicola Acunzo.

Poi, il discorso di Renzi del 9 dicembre 2020. Le ore contate del Conte bis. Draghi in pole per insediarsi a Palazzo Chigi. Inizia la fuga: i primi a uscire sono una piccola pattuglia capitanata da Carelli che si unisce ai totiani di Coraggio Italia. A febbraio, col giuramento dell'esecutivo se ne vanno più di venti. Formano il gruppo Alternativa. Oggi, dopo la maxi-scissione, a rimanere in forze nel gruppo di Montecitorio sono 105. Al Senato il copione è praticamente lo stesso, inutile ripetere tutta la cronistoria. Da Paragone a Ciampolillo passando per il putiniano Petrocelli, anche a Palazzo Madama se ne sono andati praticamente la metà. Saranno presto – numeri ancora da ufficializzare – 61.

Facendo due conti, il pallottoliere parla chiaro. Alle elezioni politiche di marzo 2018, quattro anni fa, Di Maio portava in Parlamento 227 deputati e 112 senatori. Un esercito di 339 teste, di gran lunga prima forza politica dell'emiclico e partito sine qua non era impossibile immaginare una qualsiasi maggioranza. Oggi, dopo l'addio dell'ex capo politico, il Movimento è dimezzato. È ancora in maggioranza – non è chiaro per quanto – ma con i suoi 166 parlamentari non è più così decisivo. Una trentina in più di Forza Italia, che però quattro anni fa prendeva meno della metà dei voti grillini. Che non sono più prima forza. Secondi, dopo la Lega.

Perdita di centralità politica, ma anche problemi economici. Un paio di mesi fa, sul sito del Movimento, compare la classica foto di un Conte sorridente, ritratto in versione caro leader, che annuncia raggiante: "Abbiamo restituito alla collettività 2,7 milioni di euro. Lo abbiamo promesso e lo abbiamo fatto". I famosi rimborsi di parte delle indennità degli eletti che dovevano essere rendicontati sul portale Tirendiconto.it. Peccato che il sito sia chiuso da tempo. Anzi, provate a cliccarci sopra. Vi ritroverete in un'anonima pagina in lingua francese che offre al fortunato visitatore la proprietà del dominio. Insieme a mezzo gruppo parlamentare, dal Movimento se ne è andata anche la trasparenza, cioè uno dei cavalli di battaglia per cui 10 milioni di italiani li votarono.

Una trasparenza che avrebbe mostrato le falle del sistema dei rimborsi messo in piedi dai grillini. Nessuno ad oggi sa quanti siano in regola con i versamenti. E non solo: meno restituzioni equivalgono anche a meno versamenti al partito. Sì, perché i pentastellati devono donare ogni mese 1.000 euro secchi al Movimento. Il problema è che però, tra promesse non mantenute, continui rinvii, giustificazioni eccetera eccetera – circa novanta eletti non versano più un centesimo – ad oggi ben due milioni di euro mancano all'appello, parola del tesoriere Cominardi. Una cifra che difficilmente si vedrà dalle parti di Via Campo di Marzio entro il termine della legislatura. Anche perché i vertici grillini, soprattutto dopo l'addio dei dimaiani, non proveranno a forzare la mano sul tema dei mancati introiti. Il rischio è di perdere altri pezzi.

Il Movimento dimezzato, infine, è costretto a rinunciare anche a buona parte dei rimborsi previsti per i gruppi parlamentari dalle leggi sul finanziamento della politica. Certo, la notizia non dev'essere così cattiva per i grillini. Sono loro ad essere sempre stati contrari ad ogni forma di finanziamento alla "casta". Detto ciò, nel 2018, da primo gruppo Camera e Senato – i fondi pubblici ai partiti vengono erogati in quantità proporzionali al numero degli eletti, più sei grande e più soldi prendi – il Movimento incassava, a Montecitorio, qualcosa come 13 milioni di euro. Cifra poi scesa, nel 2020, ultimi dati disponibili, dopo alcune decine di addii, a 9 milioni. Interessante sarà notare il rendiconto del 2021, sicuramente influenzato dalla scissione degli anti-Draghi di Alternativa, ma soprattutto quello di quest'anno con la partenza dei sessanta di Insieme per il Futuro. E alla fine del 2022 mancano ancora sei mesi.