Cesare Battisti dopo l'arresto in Bolivia

DI GIUSEPPE GIULIETTI

Non ho simpatia alcuna per Bolsonaro, nuovo presidente del Brasile.

Le sue parole, le sue azioni, il suo ghigno mi ricordano quello dei generali golpisti che hanno, per decenni, insanguinato il Sud America.

Ancor meno mi piace il suo “tristo” figlio che, qualche ora fa, in barba al diritto ha annunciato l’arresto di Cesare Battisti e ha informato l’amico Salvini che “presto riceverà un pacco dono all’Italia”, a conferma dei legami che tengono insieme i “Partiti fratelli” della destra nel mondo.

Gli amici di Battisti, condannato per quattro omicidi in Italia, invocano trattati, leggi e norme, chiedono la protezione internazionale, ricordano che sia il presidente Mitterand, sia il presidente Lula rifiutarono l’estradizione. Ricordano anche le sue dichiarazioni di innocenza.

In tutto questo frastuono si rischia di dimenticare che esistono anche i familiari delle vittime che avrebbero diritto al rispetto.

I loro congiunti sono stati ammazzati in modo cinico e spietato per finanziare sogni di eversione che spesso si intrecciavano con quelli più prosaici della malavita e della delinquenza organizzata.

Il primo a cadere sotto i loro colpi fu ad Udine, Andrea Santoro, il 6 giugno del 1978, un maresciallo colpito a freddo e a tradimento.

Il 16 febbraio del 1979 si accaniscono contro il gioielliere Pierluigi Torregiani, ucciso sotto gli occhi del figlio che, nel tentativo di salvare il padre, viene colpito alla spina dorsale. Da allora vive su una carrozzella.

Subito dopo “i proletari per il comunismo” finiscono a pistolettate un macellaio di San Donà di Piave, Lino Sabandin.

A chiudere il cerchio l’esecuzione di Andrea Campagna, agente della Digos, un “Proletario in divisa” che aveva il torto di servire lo Stato.

Se e quando Battisti rientrerà in Italia avrà il modo di spiegare le sue ragioni, di chiedere la revisione dei processi, di spiegare perché non ha mai manifestato emozioni e pentimenti.

Nel frattempo sarà giusto che cominci a scontare le pene alle quali è già stato condannato dai tribunali italiani, senza merito alcuno di Salvini e dei suoi legionari padani.

Noi, invece, nel giorno del suo arresto, rivolgiamo il pensiero a chi non c'è più e ai familiari che ancora portano i segni di quei colpi. Loro sono le vere vittime di quella stagione e non potranno neppure chiedere di “Essere estradati” dal loro dolore.

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