Caro Partito Democratico, esci dalla toponomastica della tua storia recente e passata.  Smetti di aggirarti fra Viale Berlinguer, Piazza Veltroni, circonvallazione Renzi, tempietto Calenda, vicolo Giachetti, Chiesa della Santa Segreteria, largo Pisapia, piazzale Sala, stazione Bersani, quadrivio Zingaretti, Colle Prodi, Fondaco D'Alema. Esci dalla gabbia e dalla ossessione in cui la tua storia gira su se stessa ormai da un po' di anni.

Smetti di pensare che la ricostruzione della politica a sinistra sia un recupero o un rigetto di una serie di nomi, di esperienze; che scelta unitaria significhi necessariamente la continua ricostruzione di una Arcadia della concordia, che mai è stata per altro tale; che la forza sia costituita dalla possibilità di creare un piccolo Olimpo in cui tutta la classe dirigente è contenta perché a ognuno tocca una teca.

Per un fortunato allineamento delle stelle del caso – perché di questo si tratta, va detto, e non di particolare merito – la sinistra si trova, per la prima volta da tempo, di fronte a un qualche segnale positivo. Dal voto in Sardegna, come da quello dell'Abruzzo, arriva una indicazione: in entrambi i casi, la irresistibile caduta del Pd come partito è ampiamente recuperata e largamente compensata da un voto di consenso a sinistra, in un contesto più largo.

Accade così che in Abruzzo il Pd scende ancora, arrivando all'11, ma il candidato Legnini, che pure ha perso, raccoglie con una rete di liste civiche il 30 per cento. In Sardegna avviene lo stesso, con il Pd che è al 13 mentre il sindaco di Cagliari mantiene un secondo posto sopra il 30 per cento. Si tratta di sole due volte, e la ripetizione forse non fa un trend, ma è certo una indicazione. Gli osservatori politici e tutto il Pd se ne sono certo accorti. Ma il punto non è certo "notare".

Nella settimana finale delle primarie, la domanda è un'altra: il Partito Democratico intende fare qualcosa di questo suggerimento che gli viene dalla realtà? Intende uscire, appunto, dalla sua città immaginaria, densa, anzi carica, di nomi, stratificazione di anni di lavoro e segreterie, e congressi, e cominciare a guardare oltre le sue mura?

Dubbio non da poco, alimentato da un inconcepibile strabismo di queste ore in cui, alla vitalità mostrata da due ricorsi alla urne fa riscontro un lento fluire di riti fin troppo conosciuti, in cui si discute del capofila alle europee (Pisapia), di appelli a liste uniche raccolte sotto il nome di un ex ministro (Calenda), o ci si danna (ancora!) sul ruolo di un ex segretario (Renzi), o ci si divide sulla quantità di perdono e/o accettazione che ci può essere nei confronti di una posizione o un'altra (se c'è lui io vado), etc.

Mentre un po' da tutti gli angoli di quella città immaginaria che abbiamo sopra descritto, sale un'unica sollecitazione: ascoltate le voci comuni, le esperienze di ogni giorno, date spazio ai programmi, alle persone, alle concretezze. Fate insomma l'esatto contrario di quello che state facendo. Il voto di cui parlavamo, quello di Abruzzo e Sardegna, è la prova che il consenso non è più nei recinti dei partiti e delle ideologie, ma rimane lì fuori con una identità ancorata intorno ai fatti. E aspetta solo di trovare nuovi protagonisti che lo interpretino.

Qui non parlo della solita dialettica fra vecchi e giovani, fra usurati e vitali – anche di questo certo è fatta la vita e anche la politica, dunque, che della vita è una delle più grandi narratrici.  Si parla piuttosto del ristabilire un principio di realtà, per cui la politica, come sempre è stata, non è un'arte che si fila nelle stanze chiuse, o nei palazzi, ma nasce e si sviluppa per strada, angoli, bar, e comunica in maniera orizzontale prima che riesca a far salire la sua voce ai piani alti. E' una vecchia ferrea regola, che conosce bene proprio la generazione che ancora domina i riferimenti culturali della sinistra, i cui rappresentanti hanno ampiamente fatto il loro apprendistato negli anni sessanta.

Oggi non è diverso: la voce dei cittadini, il protagonismo delle decisioni prese consapevolmente, sono diventate una retorica nelle ideologie populiste, ma, fuori di retorica, l'azione dei cittadini in prima persona, l'aggregarsi intorno a esperienze e condivisione di idee rimane il nucleo del formarsi della politica. Avviene così come un queste elezioni recenti regionali, che un buon candidato, o una buona proposta politica possa affermarsi meglio di una proposta partitica. Ma lo stesso è avvenuto nelle elezioni di midterm americane di recenti, in cui è bastato ai languenti democratici mettere in campo una offerta politica buona, dei buoni candidati con radicamento e idee nelle loro costituency, per cominciare a riprendersi.

Il partito democratico, se vuole a sua volta riprendersi, deve trovare una offerta politica nuova. Questo non significa "rottamare" la vecchia classe dirigente – l'esperienza, la cultura, il passato sono elementi rilevanti nell'amministrazione della cosa pubblica. Ma una classe dirigente non è tale solo perché ha incarichi. Una classe di "emeriti" è fondamentale per elaborare, per fornire task force, per creare luoghi di approfondimento. Ma è nella vita reale che si forma il consenso, e intorno a piattaforme che riflettono i tempi in cui viviamo e le ambizioni e frustrazioni di questi tempi.

Se farà il segretario del Pd Zingaretti ha un primo compito da svolgere: fare delle liste alle europee che non rappresentino la lista degli dei decaduti, dei famosi che acchiappano voti, dei vecchi politici senza incarichi che vanno riciclati o compensati. Tutta la attuale classe politica europea è stata negli anni scelta secondo questi criteri. E uno dei guai europei è proprio nella natura "vicaria" del suo gruppo dirigente. Potrebbe invece il Pd guidare il lancio delle nuove voci della politica. Magari saranno piccole voci e micro-politiche. Ma se non si riparte da un inizio, un nuovo inizio non ci sarà mai.

Lucia Annunziata

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