Per qualcuno può essere interpretato come un risveglio dell’italianità, per altri solo un mero calcolo di interesse. Dati ufficiali ancora non ce ne sono ma sembra proprio che in Uruguay la lingua italiana stia vivendo un clamoroso ritorno di interesse dopo anni di inarrestabile declino.

Le associazioni, i patronati e gli enti della collettività lo sanno bene: la richiesta per i corsi di italiano si mantengono sempre alte. In questi ultimi tempi, però, pare che il richiamo stia crescendo. Per capire questa tendenza bisogna fare un passo indietro e citare la nuova norma per la cittadinanza italiana per matrimonio inserita all’interno del decreto sicurezza che ha introdotto un requisito: conoscenza della lingua, almeno di un livello B1, che vuol dire almeno un paio di anni di preparazione. Tale certificazione, e questo è il punto che ha ricevuto maggiori critiche, dovrà essere consegnata nel momento in cui viene presentata la pratica e non anni dopo nel momento della sua finalizzazione.

Questa nuova normativa sta suscitando una certa preoccupazione tra gli italouruguaiani. Sono a decine, infatti, i messaggi sul web di persone intimorite che confondono i casi e seminano dubbi: "Questo requisito della lingua toccherà un giorno anche a noi? Si potrà continuare a richiedere la cittadinanza italiana? In futuro ci saranno problemi?". Indipendentemente dalla confusione che spesso contraddistingue questo tipo di informazioni, qualcosa di concreto esiste già con una evidente particolarità.

Se a Montevideo esistono molteplici possibilità per studiare la lingua di Dante, nell’interno dell’Uruguay però la situazione è alquanto differente rispecchiando perfettamente la storica divisione su cui si fonda questa nazione basata sulla concentrazione della capitale a scapito dell’interno. Funziona così anche per l’Italia.

In Uruguay l’unica sede autorizzata a svolgere l’esame internazionale del livello B1 richiesto è l’Istituto Italiano di Cultura la cui ubicazione è facile dedurla. Il corso di prepazione per l’esame dura tre semestri (quasi due anni), e per chi vive nell’interno sono previsti dei corsi via Skype. Questa modalità è sufficiente? "Nell’interno abbiamo poche possibilità, qui non arriva mai niente. Noi ci opponiamo nettamente al centralismo montevideano" protesta Flavio Fuccaro, del Centro Culturale Italiano di Paysandú, interpretando un malessere abbastanza comune per coloro che vivono lontani dalla capitale.

Per l’occasione Fuccaro lancia una proposta: "Paysandú potrebbe diventare un centro regionale per la diffusione della lingua in questa zona del Paese in modo da includere diversi dipartimenti. Un’idea analoga potrebbe sorgere anche in altre città dell’interno. Noi mettiamo a disposizione la nostra sede ma abbiamo bisogno della collaborazione delle istituzioni italiane, dell’Ambasciata e dell’Istituto di Cultura, per portare avanti questo progetto".

Un’idea, questa, che il discendente friulano ha in testa da tempo e che aveva già brevemente anticipato nei mesi scorsi senza alcun esito: "Fino ad ora" -ammette amaramente- "non siamo stati ancora mai contattati. Peccato, perché da parte nostra c’è l’intenzione di proporre qualcosa di positivo e concreto per superare le solite critiche. Speriamo che adesso ci sia maggiore visibilità e interesse sulla tematica".

Responsabile di un centro educativo con una lunga tradizione in corsi di formazione in ambito lavorativo, pur criticando la nuova legge Fuccaro crede che sia "necessario" dimostrare di avere "conoscenze basiche dell’Italia quando si chiede la cittadinanza, non importa se por matrimonio o per sangue proprio per evitare che diventi solo un interesse". Alla luce di questi motivi, l’iniziativa che propone "può servire anche per far avvicinare alla collettività italiana coloro che richiedono la cittadinanza".

di MATTEO FORCINITI

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