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Non per essere nostalgici, ma ci ricordiamo quando il ministero del Lavoro era guidato da uomini esperti del calibro di Vigorelli, Brodolini, Anselmi, De Michelis, Giugni, solo per citarne alcuni. E rammentiamo anche quando, a curare le ricette economiche dal ministero dello Sviluppo Economico (già ministero dell’industria, commercio e artigianato, e poi Ministero delle Attività produttive), c’era gente come Bo, Morandi, Savona, Baratta, Ciò, Calenda e tanti altri inclusi in una lista di nominativi esperti e consapevoli di ciò che stavano facendo.

Poi, in un nefasto giorno, arriva un soggetto senza arte nè parte, emblema vivente della presuntuosa ignoranza tipica del nulla, che accentra su di sé contemporaneamente: la leadership del partito di maggioranza relativa, la vice-presidenza del Consiglio dei Ministri, il dicastero del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico. Un genio, direte voi. Un mix tra Leonardo da Vinci, Galileo Galilei e Pitagora potreste supporre. E invece nulla di tutto questo: semplicemente Giggino Di Maio che si trova, dalle tribune dello stadio San Paolo di Napoli a vendere bibite, ad essere immeritatamente uno dei poteri politici ed economici più forti (se non il più forte) del Paese. E, purtroppo per noi, i disastrosi risultati sono di fronte agli occhi di tutti.

Ci sarà pure un motivo se nella storia repubblicana i dicasteri del Lavoro e dello Sviluppo Economico sono stati affidati a due ministri diversi: troppo delicati e complicati i temi trattati per essere accentrati nelle mani di un unico soggetto. E forse, in fase di composizione dell’attuale esecutivo, il Presidente Mattarella avrebbe potuto sollevare qualche obiezione contro questa infelice scelta: sventurata nel contenuto, deprimente nel soggetto.

Gianluca Perricone

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