Erano i migranti clandestini di una volta. Ora si sono ritrovati alla Spezia: gli ultimi testimoni, i figli e i nipoti di quelli che furono i protagonisti dell’operazione Aliya Bet, il ritorno nella "terra dei padri" dei sopravvissuti alla Shoah, lo sterminio degli ebrei vittime del genocidio nazi-fascista.

Una presenza carica d’emozione e di intensità, quella delle delegazione ebraica, che ha partecipato prima alla scoperta a Molo Pagliari del monumento "Sulle ali della libertà" di Walter Tacchini e quindi all’inaugurazione della mostra "Dalla terraferma alla Terra promessa" allestita al Terminal 1 dal Comune della Spezia, dalla Fondazione Carispezia e dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale guidata da Carla Roncallo, regista dell’evento. Erano le ore 10 dell’8 maggio 1946 quando il "Fede" e il "Fenice" con 1.014 profughi lasciarono gli ormeggi alla Spezia con un coro di canzoni ebraiche.

Quelle navi raggiunsero Haifa in modo regolare, dopo un viaggio avventuroso, aprendo di fatto la strada all’emigrazione di migliaia di scampati al lager nazisti. I protagonisti di quella vicenda sono passati alla storia come i primi veri cittadini del nascente stato israeliano. Il sostegno della gente, la resistenza dei profughi, lo sciopero della fame, l’intervento dei giornalisti e la visita a bordo di Harold Lasky, segretario del partito laburista britannico, costrinsero le autorità londinesi – le cui navi sorvegliavano l’uscita dal porto della Spezia - a togliere il blocco alle due imbarcazioni. Per un destino beffardo aguzzini e vittime dei campi di sterminio si trovarono poco distante sulla via del mare: all’operazione Exodus dalla Spezia corrispose l’Operazione Odessa da Genova, la fuga dei gerarchi nazisti sopravvissuti alla distruzione di Berlino.

Quei fatti di solidarietà è valsa la Medaglia d’Oro al merito Civile al Comune della Spezia consegnata il 25 aprile 2006 dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La storia dell’Aliya Bet dall’Italia a Israele dal 1945-1948 è un sussurro di speranze e paure, di ricerche di nuove identità e di fuga dal terrore che si era sparso in Europa. Preparata da Museo Eretz Israel di Tel Aviv, l’esposizione rimarrà aperta fino al 18 settembre (orari: tutti i giorni escluso il lunedì dalle ore 10 alle ore 18, ingresso libero) dando modo così agli studenti, ai turisti e ai numerosi crocieristi di passaggio di visitarla.

Attorno alle immagini delle navi "Fede" e "Fenice" - che salparono dal Molo Pagliari alle ore 10 dell’8 maggio 1946 con un coro di canzoni ebraiche che si spense pian piano nel Golfo dando avvio all’emigrazione verso il futuro stato di Israele - si sono ritrovati i nipoti degli organizzatori dell’Aliya Bet, Ada Ascarelli Sereni e Yehuda Arazi, pseudonimo Alon, conosciuto anche come "King of Ruses" per le capacità di cambiare divise e personaggi. Orli Bach, nipote di Arazi, Haim Confino Sereni e i fratelle Clementelli si sono abbracciati attorno alla targa che al Molo Pagliari indica il percorso della memoria. Con loro la vice ambasciatrice d’Israele in Italia, Ofra Farhi, anche lei discendente della famiglia Sereni. Davanti ad una foto della mostra la signora Choen Rivka indica una bambina: è lei da piccola ritratta a Bari in attesa d’imbarco a Santa Maria di Leuca.

"Oggi con coraggio cerco ogni briciolo di notizia su quei viaggi della speranza" confessa la signora Choen. Rachel Algom Glicksman viene Tel Aviv, ha 73 anni: "Io c’ero sul Molo Pirelli, - dice con fierezza, - ero dentro la pancia della mia mamma". I fratelli Salomon, cresciuti nell’Eritrea coloniale, giunti dalla Galilea, pensano di intravvedere il proprio padre David alla guida di un camion carico di profughi. Così racconta Oded Salomon : "Fece la spola tra il centro di accoglienza di Tradate e La Spezia più volte. Era un soldato nella compagnia 462 dell’esercito britannico ma si diede da fare soprattutto per salvare i superstiti dei lager".

Assieme a loro il figlio di Eliezar Klein che era vice comandante della nave "Fede" guidata da Ugo Faridone di Lerici: "L’imbarcazione – spiega Klein – raggiunse le coste della Palestina in modo ufficiale, toccò la banchina di Haifa sabato 18 maggio 1946, accolta da una folla festosa e ansiosa di dare il benvenuto ai superstiti dello sterminio, dopo una traversata avventurosa e una sosta a Creta per consentire di curare i malati e le donne incinte. Mio padre ha riportato la Fede in Italia e poi ha compiuto tre viaggi con altre imbarcazioni". Sessanta fotografie, filmati, documenti, raccolti da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani, curatrici del Museo Eretz Israel di Tel Aviv, presenti assieme ad Ami Katz, CEO del museo, spiegano come avvenne quel trasbordo umano che portò 25 mila superstiti verso la Palestina. Una storia ancora da scrivere come dice Yael Kaufman, della Society Preservation of Israel Sites: "La pagina della Spezia è stata la più importante nella storia dell’emigrazione ebraica, divenne un caso internazionale. Siamo qui per trovare nuovi spunti e testimonianze".

di Marco Ferrari

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