Matteo Salvini (foto depositphotos)

Il gioco è sfuggito di mano, ma la sceneggiata continua. Lo scontro Salvini - Di Maio non è più solo politico: è diventato elettorale. E siccome quello dei ludi cartacei è l’unico mercato che sta davvero a cuore agli eroi gialloverdi, verrebbe da dire che stavolta il problema è vero e serio. Se non fosse che verità e serietà sono categorie estranee al Governo. Ma tant’è.

In fondo il copione è stato rispettato: con l’avvicinarsi di una legge di Bilancio durissima e la necessità d’intestarsi il fallimento della politica economica fin qui perseguita, la tentazione di rompere si fa sempre più forte. Meglio invocare le urne che essere costretti a presentare il conto agli italiani per dirgli che sono stati turlupinati. La verità è una sola: comunque finisca questa nuova messinscena a base d’insulti e minacce, il progetto immaginato da Salvini con Di Maio è miseramente franato. È servito solo a fare un po’ di consenso facile a botte di spesa pubblica e debito.

Della serie "offro io, pagate voi". Tuttavia, è indubbio che a far precipitare la situazione sia stato questo farlocco "Russiagate" all’italiana. Intendiamoci, più che un siluro al capo della Lega, la storia dei presunti finanziamenti a base di petrolio pare tanto un messaggio all’Eni. Ma non è questo il punto. Il punto è che l’esplodere del caso ha segnato un salto di qualità. La compagnia di giro, il circo tante, troppe volte visto all’opera in questi anni, ha riacceso i motori. L’obiettivo comune è colpire il ministro dell’Interno, indebolirlo, logorarlo.

Insomma, rosolarlo a fuoco lento. Chi dice che dietro a tutto ciò ci sono gli americani ha poca dimestichezza con le cose dei Servizi: tutta la vicenda, invece, puzza di antichi metodi da disinformacija sovietica. Pardon, russa. L’Eni, infatti, ha deciso di muoversi con forza in Africa. Ma sul continente nero, com’è noto, la Cina ha messo i piedi e una montagna di quattrini da tempo. E i cinesi sono ottimi amici dei russi. Per non parlare di francesi e britannici, che hanno tutto l’interesse a tenere l’Italia fuori dal Grande Gioco delle risorse del Mediterraneo.

Di fronte a questo scenario, Salvini ha impiegato un po’ a capire (non chiedete troppo). Ma alla fine anche a lui è saltata la Mosca al naso. Di qui l’accelerazione in direzione di una crisi che per ora è solo delle parole, in attesa di passare ai fatti. Ciò a cui si punta è gettare addosso al capo leghista accuse dalle quali non può difendersi. Certo, il capitano si è impegnato molto per agevolare il compito ai suoi nemici, producendosi in una difesa grottesca e in una chiusura a riccio che non ha fatto altro che alimentare i sospetti. Ma il tentativo di "mascariarlo" è evidente.

È altrettanto chiaro che Salvini ha sbagliato a non staccare la spina al Governo quando tutto era dalla sua parte. Chiuso dalla manovra a tenaglia Di Maio-Conte, l’unica cosa certa è che la sua strategia del rinvio della resa dei conti ha provocato un oggettivo avvicinamento tra Pd e M5S. Destinati ad incontrarsi sì, ma solo dopo il prossimo voto nel 2020. Fin qui il chiacchiericcio politichese. Poi c’è la realtà, che pare nuovamente sparita dal dibattito pubblico. Il ministro dell’Economia Tria ha confermato che la propaganda è un conto, i fatti altro. E questi dicono che il Governo si prepara a ridurre i trasferimenti a Comuni e Regioni, mentre sarebbe bene ricordare che il taglio degli sconti fiscali - le chiamano tax expenditures, così possono sforbiciarle senza che nessuno lo capisce - equivale ad un vero e proprio aumento di tasse.

Finanziare così la Flat tax sarebbe una presa in giro. I pentaleghisti stanno facendo malissimo al Sud e all’intera economia meridionale (il reddito procapite dei romeni ha superato quello del Mezzogiorno), mentre neanche il presidente dell’Inps nominato dai nuovi padroni ha potuto nascondere l’esplosione della cassa integrazione. Prima l’Esecutivo va a casa e meglio sarà. Per tutti. Anche per Salvini.

VINCENZO NARDIELLO

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