Gig Economy (Depositphotos)

A Napoli si diceva quando ero giovane "vivere alla giornata" o anche "sbarcare il lunario", nel caso specifico di chi con un poco di ingegno riusciva a procacciarsi il necessario. Era un modo di esprimere la volontá di sopravvivenza delle persone modeste che attraverso piccoli incarichi o lavori racimolavano quanto potevano per soddisfare le necessitá essenziali.

Perché si dicesse "sbarcare il lunario", non l’ho mai capito: ma l’espressione era totalmente naturale nelle conversazioni popolari. Oggi il mondo diventa globale, ci piace usare parole inglesi como il "welfare" o lo "smart work" e quindi non parliamo piú delle nostre espressioni vernacole; preferiamo usare anglicismi piú sofisticati come "gig economy". Se non l’avete mai sentita questa espressione, segnatevela nel taccuino, perché oggi é segno di modernitá ed intelligenza usare parole strane, e se in inglese, meglio.

Descrive bene l’espressione il giornalista Paolo Magliocco, quando afferma: "Gig economy significa guadagnarsi da vivere, o integrare il proprio reddito, facendo lavori saltuari, senza contratto, solo quando viene richiesto o quando si può. In pratica, nella gig economy il lavoro si spezzetta nella singola prestazione, il singolo lavoretto che può essere di pochi minuti o di una giornata e che è l’unico a essere retribuito. I classici esempi di lavori della gig economy sono le consegne a domicilio di cibo in motorino o bicicletta, l’uso dell’auto privata come taxi su richiesta, l’affitto di una camera.

Anche il baby sitting di una sera o la ripetizione privata, in senso stretto, ne fanno parte, ma è stata la diffusione nell’uso di internet, di siti e di applicazioni dedicati a mettere in contatto domanda e offerta, come Airbnb o Uber, a farne un vero e proprio modo di lavorare per molte persone". Per dirlo in altre parole, la gig economy rappresenta il "lavoro povero" della nostra modernitá. E’ un lavoro quasi sempre precario, che pone in contatto diretto (o via applicazione) il lavoratore e il consumatore. E’ il lavoro dei fattorini, dei riders (come sono chiamati in Italia i lavoratori addetti alla consegna a domicilio di bevande e medicinali, tipo Pedidos Ya); ma é anche il lavoro delle piccole riparazioni casalinghe, dello stagnaio, dell’artigianato modesto, della gastronomia povera da asporto, della donna delle pulizie o la badante occasionale.

Non é chiaro il significato di "gig" in inglese: c’é chi dice che deriva da job, chi indica che é una espressione che vuol significare "poca cosa". I lavori della "gig economy" sono - come dicevo - incerti, generalmente senza una previdenza sociale né un vero inquadramento socioeconómico. Senza un contratto e senza futuro certo. E’ un vivere alla giornata in tempi di trasformazioni tecnologiche e di intelligenza artificiale. Evidentemente la gig economy é il risultato di un mondo in cui la disoccupazione cresce a scapito dei lavori formali e inquadrati in ruoli e categoríe.

Quando vedo i giovani che rischiano la propria vita nel traffico per effettuare una consegna contenuta in una grossa scatola appesa alle spalle, provo dolore. Ma penso anche che senza quel lavoro, il giovane andrebbe a occupare le lunghe file della disoccupazione. Nel secolo scorso credevamo di aver raggiunto il benessere per sempre. Pensavamo che il mondo del lavoro era sempre un mondo in ascesa: migliori salari, maggiore sicurezza, tranquillitá per la vecchiaia. Ma quel mondo si é fermato; é diventato un grosso macigno spinto verso la cima della montagna, che non ha piú forza per andare avanti e comincia a rotolare all’indietro. Stiamo costruendo un futuro con uno spartiacque, che dividerá le tecnologie dell’intelligenza artificiale da una parte e la gig economy dall’altra. Dove troveranno lavoro i nostri figli e i nostri nipoti?

Raggiungeranno il successo a mani piene che annuncia ogni pubblicitá in televisione, o dovranno pedalare duro (e non solo in senso figurato) per "farsi la giornata". La gig economy é la dimostrazione che ci avviamo verso un futuro bipolare, dove vi saranno pochi vincitori e masse di precariato. E’ possibile scongiurare questa oscura mia visione? L’unica chiave che potrá dare una giro di volta al presagio é quella dell’educazione. Solo l’educazione e la costante formazione potranno consentire un futuro diverso. Ma anche qui la mia paura é che l’educazione sará ogni volta piú divisa tra una educazione del successo - ricca e poco accessibile - e una "gig" educazione che solo riaffermerá la riproduzione dell’incertezza. So che questo non é un argomento divertente, ma é necessario prenderne coscienza: é il nostro mondo, é il mondo che lasceremo a coloro che ci seguiranno. Non é il destino responsabile della nostra sorte. Noi siamo i soli responsabili.

JUAN RASO

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