Cristiano Ronaldo, attaccante della Juventus (Depositphotos)

Sempre meno squadre, sempre più corporation. Potere e finanza stanno trasformando il calcio mondiale e il business travolge la passione. La linea del futuro è tracciata e c'è una data cerchiata in rosso: il 2024, quando scadrà l'attuale format della Champions League. Ne seguirà un nuovo calendario internazionale o, per dirla con una formula più elegante, un "nuovo bilanciamento del calendario delle partite". Tradotto: sempre più peso ai tornei internazionali, riduzione del format di quelli nazionali, creazione di leghe regionali per i tornei meno importanti. La Superlega, anche se nessuno lo dice o la chiama ufficialmente così. L'interesse di Cvc, uno dei più grandi fondi di private equity statunitensi, per la gestione della nuova Coppa del mondo per club è decisamente un nuovo passo in questa direzione. E ancor più lo sarebbero, se confermati, i colloqui che Cvc ha avviato con il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, perché si faccia pivot di un mega-campionato mondiale annuale per club, in alternativa a quelli nazionali, cui dovrebbero partecipare le migliori squadre di calcio del mondo. Fonti vicine a questa operazione rivelano che si starebbe vagliando la possibilità di creare due Leghe di 20 squadre di calcio ciascuna. È ovvio che in un mondo come questo i tornei nazionali finirebbero presto per scomparire, soffocati dal drenaggio delle risorse finanziarie e da un bacino di tifosi troppo ristretto per sostenere i costi. Il piano di Cvc, che probabilmente non dispiace all'Eca, l'associazione che riunisce i principali club europei, è chiaro: importare nel calcio un modello sempre più simile a quello Nba nel basket. Dove però, è bene chiarirlo, a sfidarsi sono franchigie, non storia e bandiere, senza promozioni o retrocessioni. Una squadra è fondamentalmente il suo marchio, tanto che può cambiare città portandosi dietro nome e colori, cambiare tifosi come Fca ridisegna i modelli delle auto che produce. I Lakers, per esempio, prima di sbarcare a Los Angeles giocavano a Minneapolis, zona famosa anche per i suoi laghi. Cosa che spiega il nome, assai singolare per il team di una città famosa più per la siccità che per la disponibilità di acqua dolce. Un esempio in questo senso è la nuova Coppa Davis griffata Kosmos, il fondo di investimento fondato da Gerard Pique: 18 squadre divise in 6 gironi che si sfidano nel giro di una settimana a Madrid. Una scommessa da ben 2,5 miliardi di dollari. Una montagna di soldi che hanno però cancellato il fascino di una competizione che si fondava su tifo e rivalità, su viaggi fino all'altro capo del mondo e giocatori pronti a dare il massimo per la maglia e non soltanto per l'assegno. I fischi per gli avversari e le contestazioni agli arbitri di linea trasformati in bandierine monouso sventolate a tempo come si stesse assistendo a una recita a teatro. La sintesi del calcio futuro rischia di essere il Mondiale extra-large in autunno e la Champions extralusso nel weekend. Che le cose stessero cambiando è chiaro da almeno 20 anni, da quando cioè oligarchi russi, sceicchi arabi e, più recentemente, magnati asiatici hanno cominciato a fare man bassa di club storici in Europa. L'avvento delle pay Tv negli anni Novanta ha segnato la svolta, la bolla dei diritti televisivi ha fatto il resto. La regola del capitalismo è chiara: chi smette di crescere muore. Soldi chiamano altri soldi e il fatturato deve aumentare in continuazione per coprire ammortamenti e investimenti, gli utili salire per accontentare gli azionisti. Per questo il mercato deve crescere, gli spazi di azione allargarsi, i confini del merchandising essere abbattuti. E questo è possibile soltanto a patto di sopprimere i marchi minori e rendere sempre più forti quelli che riescono a varcare mari e frontiere. La stessa logica per cui da 8 anni è sempre la Juventus a portarsi a casa lo scudetto in Italia. Sempre meno squadra di Torino e sempre più brand globale. Come il Psg o il Manchester City o lo stesso Real Madrid, che hanno tifosi in tutto il Mondo. Che magari non sapranno mai chi era Beppe Furino, ma hanno il portafoglio giusto per comprare maglie e trombette, pigiami e vini griffati. Pronti a tifare simboli di marketing, ma sostanzialmente indifferenti a colori e bandiere.

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