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Nel 1831 il patriota modenese Ciro Menotti, piccolo imprenditore di idee democratiche, organizzò una rivolta contro il dominio austriaco in Italia. Lottava per la trasformazione del ducato di Modena in uno Stato più liberale: la concessione di una Costituzione e il diritto di votare un’assemblea legislativa. Inizialmente sostenuto dal duca di Modena Francesco IV – il quale intendeva sfruttare i rivoluzionari per ampliare i propri domini territoriali – Menotti venne tradito la notte prima dell’insurrezione: il duca fece circondare la casa del patriota e lo fece arrestare insieme ad altri cinquantasette congiurati. Benché priva del suo ideatore, la ribellione scoppiò ugualmente, dilagando fino a Bologna. Nel giro di due mesi, senza organizzazione né un vero appoggio da parte della popolazione, fu però stroncata dall’intervento dell’esercito austriaco. Il potere, feroce, passò al contrattacco: Menotti fu impiccato pubblicamente nella Cittadella, altre duecento condanne furono emesse. Quando si raccontano agli studenti le rivoluzioni che segnarono il passaggio tra Età moderna ed Età contemporanea, molti si stupiscono che esse chiedessero diritti oggi dati per scontati: la concessione di una carta costituzionale, il suffragio universale, il diritto alla proprietà privata, l’uniformità della legge, l’abolizione della tortura. In un’Italia unita e repubblicana, trasmettere ai giovani quanto sia preziosa la democrazia non è semplice. Lo si fa avvicinandoli alla Costituzione, che va copiata, letta e spiegata. Lo si fa raccontando il difficile percorso storico che ne ha portato alla ideazione. Lo si fa, nutrendo la democrazia con la storia, narrando le storie di Ciro Menotti, di Silvio Pellico, dei fratelli Bandiera. Soprattutto, si cerca di trasmettere ai giovani l’idea che la democrazia – così come la pace in cui viviamo dal dopoguerra – non siano scontate né eterne, ma vadano coltivate e difese. Costruirle è faticoso, richiede sacrificio quotidiano, impegno personale e partecipazione. Per queste ragioni l’affluenza alle urne dei cittadini dell’Emilia Romagna e della Calabria è un segnale positivo di salute della competizione politica, una iniezione di fiducia per chiunque abbia a cuore il funzionamento della nostra Repubblica. Una parte importante del merito va alle Sardine, che hanno riempito piazze lasciate per molto tempo sguarnite, indicando al centrosinistra una via da seguire. Ma parte del merito – bisogna riconoscerlo – va alla Lega e alla campagna elettorale asfissiante del loro leader. Nazionalizzare le elezioni regionali, sperando in possibili ripercussioni sul governo di Roma: questa era l’intenzione. Ed è dunque questa la ragione di una sconfitta netta. Salvini era sicuro di vincere. Invece ha perso. Ma è tutt’altro che finito. Anzi, gode di largo seguito, guadagnato con caparbietà. Così come il Pd commetterebbe un errore madornale se pensasse di aver guarito i suoi numerosi problemi, primo tra tutti la lontananza da persone e territori. Tuttavia il recupero degli indecisi e dei delusi è ampio e generale. E non può essere inquadrato solamente in questo o quel partito. Un segnale di cui si aveva un gran bisogno, come cittadini. Parafrasando un poeta, democrazia è partecipazione. Di qualunque schieramento essa sia.

NICCOLÒ PAGANI

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