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"Torno a casa, in Italia. Se dovessi ammalarmi preferisco farmi curare nel mio Paese... E poi tutti i governi stanno aiutando i propri concittadini... noi, per loro siamo stranieri, anche se cittadini del paese dove viviamo...." Per la prima volta nella storia si sta migrando "al contrario".

Sia dentro i singoli Stati (dalla città alla campagna), sia tra Nazioni (dai Paesi ricchi a quelli più poveri). Tra le cose nuove che il mondo (tutto il mondo) ha scoperto suo malgrado a causa del Coronavirus, c’è proprio lo spostamento dalle persone nel senso inverso a quello in cui ciò è sempre avvenuto: dal luogo di nascita/partenza verso le metropoli o verso i Paesi in cui andare per migliorare la propria condizione di vita, di studio, di lavoro, di affetti...

Tra metà marzo e metà aprile del 2020 diversi milioni di persone in tutti i continenti si sono spostate (una stima orientativa, basata su fonti di reti consolari e notizie di stampa, parla di almeno 15 milioni di persone). La gran parte di questi sostanzialmente per far rientro "a casa". Lontano dal centro e dai luoghi che sino a ieri erano il posto migliore dove stare e realizzare la propria vita e su cui investire: le città globali dei Paesi sviluppati o in via di sviluppo. Davanti ad una emergenza sanitaria, improvvisa e portatrice di morte che non distingue per latitudine, tipo di lavoro e classe sociale, in milioni hanno scelto di tornare a casa.

Per motivi economici o sanitari, di affetto o di maggiore sicurezza, di relazione o solo per paura, milioni di persone hanno fatto il percorso all’inverso rispetto alla strada che avevano scelto per la loro vita, e affrontare l’emergenza (non sapendo quando questa sarebbe durata) nella propria casa di origine o in quella che comunque ritengono esserla adesso. In italia, quella che molti con banalizzazione hanno chiamato "la grande fuga degli untori del nord" riferendosi alla notte del 7 marzo quando migliaia di studenti e lavoratori hanno preso treni con destinazione le regioni del Mezzogiorno, abbiamo toccato con mano questo fenomeno.

Fenomeno che contrariamente alla vulgata del momento, non ha generato nessuna diffusione del contaggio considerando che numeri e progressione del virus, da Roma in giù, sono rimasti molto bassi anche dopo quasi due mesi. Questo fenomeno non è stato però solo italiano, ma tutte le principali città mondiali hanno registrato comportamenti simili, anche quelle non necessariamente focolaio di diffusione. Per stare a qualche esempio concreto di "fuga dalle città": a Parigi si stima che l′11% degli abitanti abbia lasciato la città e circa 1 milione e 600 mila persone sono rientrate a casa e nei villaggi della periferia; a Madrid il 12 e 13 marzo decine di migliaia di spagnoli hanno lasciato la capitale; a New York dopo una generale sottovalutazione iniziale, migliaia si sono spostati nelle seconde case fuori dal centro; in India si conta che siano milioni le persone (prevalentemente poveri) che hanno percorso l’asse dalle città alle campagna; a Mosca la stampa ha riportato che sono state circa 750.000 le auto in uscita negli ultimi giorni di marzo; anche in Turchia, a Istanbul, 1 milione di abitanti ha lasciato la città per seconde case o verso villaggi di origine mentre per stare alla Cina, a Wuhan - epicentro dell’epidemia - si stima che circa 5 milioni di residenti siano andati via prima della chiusura totale della città (intorno a metà marzo).

Insomma ovunque, in una dimensione che ha toccato tutti i continenti (anche questa una prima volta nella storia del pianeta...), dalle grande metropoli di milioni di abitanti si è andati verso villaggi, zone rurali, centri minori, seconde case, periferia. Lontano dal luogo che non è (era) più percepito come sicuro; passato da simbolo di futuro e sviluppo a spazio di paura e malattia. Già nelle settimane scorse uno dei più noti architetti del mondo, l’italiano Tito Boeri, commentando la realtà della pandemia, già parlava dei piccoli borghi come i luoghi "dove c’è il nostro futuro". Nel mondo, questo stesso fenomeno è avvenuto anche tra Paesi. Con una spinta inversa, "di ritorno", verso quelli di origine.

Anche qua, qualche numero per avere un’idea della dimensione: in Sud America e America centrale si sono contati oltre 8500 messicani rientrati in Patria mentre in Cile circa 30.000 sono rientrati dall’estero, in Argentina sono stati 15.000 ed in Brasile sono non meno di 12.000 i rimpatriati. L’Australia ha contato 280.000 rientri mentre sono circa 60.000 le persone tornate in Thailandia, Laos, Myanmar e Cambogia. In Cina si è calcolato che, solo stando agli studenti, sono almeno 200.000 gli under 30 rientrati presso le loro famiglie (a fronte di circa: 1 milione e 600 mila giovani che studiano all’estero).

In Europa le stime (non aggiornate questi ultimi giorni) parlano di 200.000 rientri in Romania ad inizio aprile; 54 mila rientri in Polonia a fronte di 140.000 ucraini che sono invece rientrati nel loro Paese proprio passando dalla Polonia. La Norvegia ha visto il ritorno di quasi 130 mila norvegesi mentre in Danimarca sono stati circa 36 mila a riparare nel regno. La Germania e la Francia hanno avuto numeri più alti con circa 200 mila persone che hanno lasciato il suolo tedesco in sole tre settimane mentre la Francia hai organizzato voli speciali - anche per cittadini europei - che hanno coinvolto il rimpatrio di circa 150 mila persone. Infine per quel che riguarda l’Italia, qualche giorno fa il sito della Farnesina comunicava che sono stati 60.000 i rimpatri di connazionali da più di 30 Paesi. E decine di migliaia sono ancora in atto.

Numeri e fenomeni simili sono registrati anche in Canada, Medioriente, Africa. Insomma in questo caso invece che del proprio Comune, si può parlare di un ritorno al proprio Paese d’origine ma non cambia la sostanza del fenomeno. Vi sono da considerare inoltre i milioni di singoli che pur volendo rientrare nel proprio Comune o nel proprio Paese hanno dovuto rinunciarvi causa le rigide (giuste) misure da lockdown. Siamo forse davanti a una realtà nuova, con analisi e valutazioni che andranno sviluppate e che aiuteranno a capire aspetti non solo economici. Certamente se prima la voglia di migliorare se stessi era una leva determinante per affrontare anche un viaggio lungo e cambiare vita, adesso la paura di qualcosa di pericoloso e sconosciuto è una leva altrettanto forte per farci tornare "a casa".

Sullo sfondo rimane una considerazione oggi probabilmente prematura: è possibile che la paura ci immobilizzi a qualsiasi costo e solo nei luoghi che percepiamo come nostri? La mobilità di persone - fenomeno che ha caratterizzato lo sviluppo della storia e la nascita di comunità - si ferma d’incanto? Lo studio di ricercatori del calibro di Richard Florida, su incrocio e socializzazione che le città permettono e sul loro essere hub di innovazione e futuro proprio perché mix di culture, idee e innovazioni, che genera megalopoli capaci di sprigionare energie, è davanti ad uno stop non ancora conosciuto nella storia dei luoghi e delle relazioni sociali? Viene da parafrasare Winston Churchill (sempre più spesso tirato in mezzo in questi "tempi di guerra") che riferendosi alla bugia diceva che questa "fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni": oggi forse lo si potrebbe dire della paura.

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