Domenico Porpiglia, direttore di Gente d'Italia

Editoria.tv, portale dell'editoria italiana, ha intervistato il direttore di Gente d'Italia, Domenico Porpiglia.

LEGGI L'INTERVISTA: 

Il tour di Editoria.tv tra i giornali al tempo del coronavirus vola Oltreoceano e va a far visita a una delle grandi firme del giornalismo italiano che, ormai da tempo, vive e lavora all’estero. Domenico Porpiglia, 75 anni compiuti il 25 aprile, da 53 anni giornalista professionista. Ha cominciato da “abusivo” al Corriere dello sport nel 1965, poi al Corriere di Napoli e Sport Sud. Dal 1967 al 1972 è in Canada e negli Usa per il Corriere della sera e Corriere Informazione. Richiamato da Orazio Mazzoni a Il Mattino dopo una lunga parentesi come capo della cronaca giudiziaria torna a fare l’inviato speciale ma la svolta arriva nel 1999 quando ha fondato Gente d’Italia, quotidiano con la missione di informare gli italiani nel mondo. Vive tra Miami e Montevideo.

Come è cambiato l’approccio dei giornali ai territori? 

Ormai in tutto il mondo è cambiato. Una ragione fondamentale sta nel fatto che tante persone con il virus in giro non escono di casa per comprare apposta il giornale. Bisognerà, dunque, trovare una soluzione diversa, che già mettono in atto molti quotidiani,  “il giornale a casa….”. Poi c’è il web….una grande conquista ma il giornale cartaceo è tutt’altra cosa:  gli argomenti vengono approfonditi da professionisti della penna. Controllati e sviscerati…. tutto questo su internet non succede. E per di più ci sono moltissime fake news. Oggi solo una piccola parte delle notizie su internet vengono confezionate da giornalisti veri. Gli altri saccheggiano dai giornali e poi le ripropongono a modo loro….

E’ cambiato l’approccio dei giornalisti? 

Sì, è una professione profondamente cambiata. Prima la si intendeva come una missione, scandita da tempi lunghi di formazione: le “forche gaudine” della gavetta, si stava vicino a grandi maestri e, se e quando il giornale riteneva di poter puntare su di te, venivi assunto. Ora è diverso: innanzitutto perché le università, ogni anno, sfornano decine di migliaia di giovani colleghi. Che, però, non hanno né l’esperienza né la conoscenza di ciò che significhi il giornalismo. Manca la pratica…. E I maestri…..

È cambiato anche il giornalismo?

Sono cambiati i mezzi, è sorta la cultura digitale, la tecnologia moderna ha comportato molte trasformazioni. Ma il Dna del giornalismo è rimasto sempre lo stesso: rispondere a quelle domande che si pongono i lettori. E farlo nell’ottica che l’unico padrone è proprio il lettore. Uno dei miei maestri, Antonio Ghirelli, una volta mi ha detto: “I potenti devono odiarti, se ti odiano sei un buon giornalista. Altrimenti sei come loro”. E smettiamola anche con i luoghi comuni del giornalista uguale casta…. Il giornalista vero lavora ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni, non ha orari di lavoro né feste comandate e non guadagna cifre blu…..

Il giornalismo, oggi come ieri,  va fatto con chiarezza, pulizia e sinteticità. Forse qualcosa  si è perso, anche perché internet ha compresso la storia e la geografia, il senso del racconto della realtà. Un buon giornale dovrebbe porsi il compito di raccontare la realtà, senza ritenere di avere la verità in tasca ma ricordando il dovere dell’umiltà. Quella di oggi che è davvero complessa e andrebbe raccontata sempre, con quei principi che, ieri come oggi, debbono essere sempre validi: libertà, eguaglianza e dignità, giustizia, diritti e doveri.

 

Da quanto sta emergendo dal viaggio che Editoria sta compiendo tra le redazioni, pare che i cittadini siano tornati in edicola e che siano tornati a fidarsi molto di più della carta che del web…

Le racconto un aneddoto. Quando ero al Mattino, ormai molti anni fa, proposi alla direzione di dedicare più spazio alle realtà locali. Nell’area a sud di Napoli abitavano quasi 500mila persone, il giornale doveva iniziare ad occuparsi anche di loro. Facemmo la prova, iniziammo a dedicare due pagine all’area tra Pompei e Castellammare di Stabia li chiamammo “Circondari”: un anno dopo, il Mattino vendeva 70mila copie in più al giorno. La realtà è che l’editoria cartacea, nel mondo così come in Italia, non morirà mai. Ma il giornale deve ritornare a parlare anche delle piccole comunità, e dei problemi veri della gente. Deve dare risposte e sollevare questioni. Non si può pensare che possano farlo solo i grandi quotidiani nazionali: il Corriere della Sera non ha né potrà mai avere un numero tale di giornalisti da consentirgli di coprire tutto ciò che succede da Bolzano ad Acireale. Perciò se il giornale viene fatto per il lettore e non per “noi”, se diventa un punto di riferimento di una comunità, non sparirà mai. Il web e i social sono fenomeni importanti ma relativi: la gente vuole sapere che succede dove abita, dove vive….

Fare cronaca, andare sui bus, negli ospedali, ascoltare i cittadini. Non lavorare alla scrivania o al telefono. Perciò credo che sia l’informazione locale la “vera” informazione. Questo succede anche per noi all’estero: vanno bene le iniziative degli istituti di cultura ma c’è bisogno di raccontare soprattutto le comunità. C’è ancora troppa politica nei consolati e nelle ambasciate….politica per aumentare consensi del sottosegretario di turno e poco spazio ai bisogni della gente, alle collettività….Si pensa  a costruire cattedrali ma non a rinforzare gli organici..ecco i giornali all’estero dovrebbero rispondere al lettore non come purtroppo accade al ministro o al diplomatico. Il vantaggio delle cooperative, dei giornali non profit è che non devono rispondere al politico o al magnate di turno…. E qui deve intervenire lo Stato per aiutare queste realtà…..Il pluralismo delle idee, dei contenuti…..

Qualche settimana fa il giornale che dirige ha tagliato un bel traguardo…

Pochi giorni fa “Gente d’Italia” ha compiuto 22 anni.  Il giornale è nato in un momento particolare. Quando, con altri colleghi inviati che giravano e girano tuttora per il mondo a caccia di notizie, ci rendemmo conto che esiste una collettività italiana, fuori dall’Italia, che è enorme. Parliamo di almeno 60-70 milioni di persone che, purtroppo, la madrepatria non s’è mai “filate” come avrebbe dovuto. Avevamo pensato a un mensile delle “grandi firme”. Cominciammo in Canada e in America. Le vendite salirono e ci convinsero a sperimentare il quindicinale. Quindi passammo al settimanale: dal 2003 siamo diventati un quotidiano. Per noi l’obiettivo è quello di creare un collante tra l’Italia e gli italiani che vivono stabilmente all’estero, come me che da trent’anni ormai mi divido tra la Florida e il Sudamerica. Oggi il nostro obiettivo è quello di raccontare la realtà e di fornire notizie e informazioni utili ai connazionali. Senza prostituirti all’ambasciatore o al console di turno…

Anche “Gente d’Italia” ha scelto la strada dello smartworking durante quest’emergenza? 

In realtà, ci avvaliamo di questa modalità di lavoro  da tempo. Nei lunghi anni della mia vita lavorativa non ho mai avuto una scrivania. Il mio compito era scrivere, scrivere…. Nessun obbligo di presenza in redazione. Siamo nel Duemila, il lavoro col “cartellino” e i controlli del capufficio, tranne in quei contesti dove è necessario, come per esempio in fabbrica, sono realtà che andavano bene nell’Ottocento! Oggi farebbe ridere pensare di poter lavorare in redazione e fare lì le otto ore. Preferisco che i colleghi vadano in giro a raccogliere notizie. E lavorare, scrivere, da casa o da altro posto, non importa. Mi scrivano il pezzo poi ciao……… In un ambiente sicuramente non ostile e senza troppe distrazioni, sono convinto che si possa fare di più e meglio.

Credo che siano molte le professioni che possano svolgersi anche da casa e ritengo che l’Uruguay e anche il Sudamerica in generale debbano fare di più, a livello legislativo, su questo piano. Ma senza estromettere, come purtroppo sta accadendo in tutti il mondo, la donna.

Come giudica l’operato e il lavoro delle istituzioni in questo momento e più in generale sulla stampa? 

Credo che in Italia non sia cambiato assolutamente nulla. La maggior parte di quelli che vanno al potere non cambieranno mai niente, anzi: cambieranno loro, c’è un vocabolo che esprime ottimamente il concetto: assuefazione..… Diventano tutti personaggi “importanti”, da 13mila euro netti al mesi, tutti a parlare dei bisogni del popolo, ma mettendo in pratica l’opposto, dimenticando spesso perché sono stati eletti…..

Poi l’Italia è ancora alle prese con quel mostro che si chiama burocrazia quando negli Usa, se si ha bisogno di qualcosa, basta una firma. Proprio l’altra sera, dopo il lavoro in redazione, ho visto un film su uno scandalo avvenuto in America. In pratica, alcuni dirigenti didattici s’erano appropriati di 1,5 milioni di dollari dai fondi destinati alle scuole. Erano stati scoperti dai ragazzi, che s’erano presi la briga di controllare i conti e che, sdegnati e scioccati, avevano capito tutto. E poi, dopo averli messi con le spalle al muro hanno rinfacciato a quei dirigenti il fatto di essersi appropriati di soldi destinati a loro. In Italia una cosa del genere non sarebbe possibile: subito si parlerebbe di macchina del fango, si smentirebbe come sta accadendo in Lombardia con le morti nelle case di cura per anziani.

Un’altra cosa, per rendere l’idea: da qualche settimana il Ministero degli Esteri continua a ripetere alle agenzie che si fanno migliaia di rimpatri al giorno. Ma poco tempo fa abbiamo scoperto che in Sudamerica ci sono centinaia di italiani bloccati lì da due mesi. Ora, che si evitino i proclami e che si lavori con discrezione e in silenzio nell’interesse delle comunità. Lasciando da parte i soliti personalismi…..del tipo grazie a me abbiamo rimpatriato centinaia nei italiani…..La Farnesina, infatti, praticamente non ha attinto ai 75 milioni di euro messi a disposizione degli Stati membri dal meccanismo di Protezione civile dell’Unione e cofinanziati dall’Ue che avrebbero permesso all’Italia di rimpatriare i suoi connazionali quasi a costo zero.La Germania con i soldi di Bruxelles ha riportato a casa 30mila tedeschi,e l’Italia???

Per quanto riguarda l’editoria, quella vera, quella praticata da professionisti, credo che non finirà mai perché la gente vuole conoscere la verità. Altro che i soliti proclami dei politici. E i giornali servono a questo….a cercare di dare una informazione corretta, non legata al potente di turno….Tanti giornalisti hanno rischiato e rischiano la pelle. Per colpa della criminalità organizzata o per altre cause. Per far conoscere la verità…..

La nostra è una missione e la missione di informare correttamente non finirà mai. L’Italia, lo Stato, deve dare una mano se vuole attuare i principi costituzionali su cui si regge e che vanno salvaguardati. Anche perché, a oggi, il sostegno statale non è che un aiuto infinitesimale ai giornali. A tutti va garantito il diritto di poter esprimere le proprie idee. Ai giornali non bastano né possono bastare i quattro soldi che vengono elargiti come contributi. Si parla tanto di riforme, finora solo chiacchiere. Abbiamo visto lo sforzo del Movimento 5 Stelle, sì ma per chiuderli i giornali. E sostituirli con i loro uffici stampa, le loro fake news e le loro verità.

Per carità anche altri partiti la pensano come loro: la stampa libera da fastidio, ecco perché è importante l’intervento dello Stato. Oggi sta facendo molto bene il sottosegretario Martella, speriamo lo lascino lavorare in pace…

Credo che vada sottolineato il fatto che lo Stato dovrebbe difendere e sostenere con forza il pluralismo delle idee, la stampa locale e quella fatta per gli italiani all’estero. Tutti in Europa lo fanno, la carta dei diritti dell’Unione lo impone. Ebbene, l’Italia è agli ultimi posti di ogni graduatoria. Del resto, nel nostro Paese c’è ancora il carcere per i giornalisti per i reati di diffamazione……

Ne uscirà il giornalismo da questa crisi? 

Deve uscirne, per la democrazia….Mi permetto di dare qualche consiglio ai giovani: fate questo mestiere ma soltanto se vi piace davvero. Se lo scegliete per avere un impiego, dirottatevi altrove. Nei giornali si lavora ogni giorno 24 ore su 24, non esistono Pasqua e Natale, è un lavoro duro….. Facendo i debiti scongiuri, la vita media del giornalista è di 58-64 anni. Io sono giornalista professionista da 53 anni. Ho avuto grandi maestri, da Gaetano Afeltra ad Antonio Ghirelli, ho girato il mondo, ho raccontato guerre, terremoti, ho seguito le vicende della P2, il sequestro dell’Achille Lauro, ho ricevuto premi dai presidenti della Repubblica…ho lavorato e lavoro tanto, e mi diverto tantissimo.

Sono appagato, ma con in mente sempre la lezione dell’umiltà, senza non puoi andare da nessuna parte.  I giornali non finiranno mai ma il giornalismo deve tornare a parlare alle comunità e mettersi al servizio dei suoi lettori. E bisogna incoraggiare e premiare l’editoria di provincia, dei piccoli giornali…. Il futuro è li…nei giornali anche di quartiere….. I grandi, le concentrazioni di giornali hanno altri interessi: fare profitti ma con i giornali non si guadagna…mai…..

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