Esattamente settanta anni fa, nel maggio 1950, un italiano alto e corpulento arrivava in Paraguay, si chiamava Vessillo Bartoli ed avrebbe segnato la storia del calcio latino-americano diventando il primo allenatore italiano a vincere un torneo nazionale nel continente.

Per una strana coincidenza, l’aeroporto internazionale di Luque porta un insospettabile nome italiano, Silvio Pettirossi, pilota d’aviazione morto a soli 29 anni in un incidente di volo. Nato ad Asuncion fu inviato in Italia all’età di sette anni per entrare nel Liceo Militare di Spoleto, terra natia del padre e quindi diventò un recordman dell’aria. La cittadina, a pochi chilometri dalla capitale, sul confine con l’Argentina, sede del principale aeroscalo del paese latino-americano, ha un legame particolare con l’Italia, non solo per aver dato ospitalità a tanti migranti.

La ragione di quel legame è contenuta in quello che ora si chiama Estadio Feliciano Cáceres, sorto nel 1999 sulle ceneri nell’antico rettangolo di gioco. Nel novembre 1952 la squadra locale, Sportivo Luqueño, nata nel 1921 dalla fusione di tre compagini locali, vinse il suo primo campionato di Primera División. Sedeva in panchina un signore dal volto ossuto e largo, con il corpo affilato, con la testa pelata e le orecchie larghe. Un volto antico, si direbbe oggi. Si chiamava Vessillo Bartoli, era nato a Vado Ligure nel 1908 e faceva parte della rosa di quella squadretta operaia di provincia che passò alla storia per essersi aggiudicata la prima Coppa Italia del 1922 battendo in finale l’Udinese. La sua modesta carriera da mediano si svolse tutta nel ponente ligure, toccando come massima quota la serie C, poiché dopo il Vado approdò al Savona e quindi all’Imperia.

Appese le scarpe al chiodo, Vessillo si mette a studiare il "metodo" e quindi si fa avvincere dal "sistema" di Chapman. Qualche amico emigrato lo avvisa che il calcio sta esplodendo anche sulle sponde del Paraguay, parente povero e oppresso dei grandi stati latino-americani. Sale su un piroscafo diretto al Plata, risale le sponte lente del Paranà a sbarca in Paraguay. Nel maggio 1950 Bartoli viene assunto dallo Sportivo Luqueño. I giornali gli storpiano il nome in "Vessilio Bártoli".

Lui sta al gioco, gli piace cambiare identità, non vuole che qualcuno indaghi sul suo poco glorioso passato di calciatore. A segnalare la presenza di due tecnici italiani in quel paese di pianure e fiumi, è il Ct della Nazionale Manuel Agustín Fleitas Solich, in occasione di Italia-Paraguay del 2 luglio 1950 ai Mondiali brasiliani, in una intervista concessa al "Corriere dello Sport". Secondo il tecnico sia Bartoli che Mario Rossini (ex calciatore del Bari e all’epoca alla guida del Sol de América) erano degli innovatori del pallone. Nella prima esperienza paraguayana Bartoli porta lo Sportivo Luqueño al quarto posto con 22 punti. In un anno e mezzo forgia il miracolo luqueño: a novembre del 1951 la compagine gialloblù conquista il suo primo campionato nazionale totalizzando 29 punti, 4 in più del secondo classificato, il Cerro Porteño, campione in carica.

Un avvenimento che in Italia è riportato con un titolo ad una colonna de "Il Corriere dello Sport" del 20 novembre di quell’anno. Nel ’53 lo Sportivo Luqueño si ripete vincendo il secondo trofeo nazionale con 2 punti di vantaggio sul Cerro Porteño e Libertad. Con alle porte la qualificazione ai Mondiali di Svizzera del 1954 la federazione affida proprio all’uomo venuto da Vado la panchina della nazionale maggiore. Ovviamente il CT infittì la nazionale guaranì dei suoi fidi atleti luqueños quali Carlos Arce, Manuel Lugo, Hilarión Osorio e Josè Parodi che, come vedremo, avrà un risvolto drammatico sulla vita del tecnico italiano. Con la rinuncia del Perù si giocano la qualificazione Brasile, Cile e Paraguay. Assieme a Salvador Pane Casco, già preparatore atletico di Fleitas Solich, il tecnico ligure si mette al lavoro all’inizio del ’54 con un gruppo di calciatori a cui impone ferree regole atletiche e a cui insegna tecniche di gioco.

Il debutto è il 14 febbraio contro il Cile ad Asunción. Con Josè Parodi c’è in campo anche il fratello Silvio, cresciuto nello Sportivo Luqueño e già passato ai brasiliani del Vasco de Gama. Proprio i fratelli Parodi realizzano due dei quattro gol infilati nella porta cilena. Un trionfo confermato nel ritorno a Santiago dove i guaranì si impongono di nuovo, questa volta con un convincente 3-1. Il match decisivo arriva il 7 marzo ad Asunción contro il colosso brasiliano. Bartoli stimola la truppa affermando che i paraguayani danni il meglio di loro quando partono svantaggiati. "Abbiamo qualità per fare meglio, soprattutto nel gioco di squadra" dichiara al quotidiano "Correio da Manhã". Non c’è un solo posto disponibile nello stadio del Libertad per lo scontro del secolo, Davide contro Golia, i fratelli Parodi contro Djalma Santos e Nílton Santos, il piccolo e modesto Vessillo Bartoli contro Zezé Moreira. Il primo tempo passa con una sostanziale supremazia dei locali e una tenuta degli ospiti. Basta poco ai brasiliani per sbloccare il risultato al ‘6 del secondo tempo: Baltazar stoppa di petto e gira al volo verso la porta di González gonfiando la rete. Una sconfitta onorevole per una nazionale giovane di un paese piccolo.

Al ritorno, nel ritiro di Rio de Janeiro, Bartoli si mostra indisponibile verso la stampa locale che finisce per maltrattare il tecnico ligure giudicato altezzoso e arrogante nonostante guidi una selezione minore. E’ già sfida prima del match del Maracanã. Ma ai paraguayani serve un solo risultato per passare il turno: la vittoria. Bartoli chiude le porte del ritiro ai curiosi: sa che lo aspetta il giorno più importante della sua vita. La sera del 21 aprile 1954 la conca dello stadio straripa di gente: 174.569 paganti. Sugli spalti bande musicali, scuole di samba, curanderos, stregoni, crocifissi e bandiere. L’arbitro è il francese Raymond Vincenti. Anche in questo caso il primo tempo finisce 0-0 con poche opportunità da ambo le parti. Ma nella seconda frazione di gioco i verde-oro tirano fuori la loro classe e segnano quattro reti trascinati da quel Julihno che diventerà poi una bandiera della Fiorentina. Per la nazionale albirroja di Bartoli segna Eulogio Martínez. Una magra consolazione che fa perdere ai paraguayani l’illusione di vedere da vicino le Alpi. Bartoli lascia la panchina della nazionale guaraní.

Ma nel 1955 Bartoli si trova coinvolto in un incidente aereo da cui esce miracolosamente vivo. L’allenatore siede sul volo 263 della compagnia Panair do Brasil, un Lockheed L-149 Constellation, partito da Londra e diretto a Buenos Aires con diversi scali tra cui Parigi, Lisbona, Rio de Janeiro e Asunción. L’allenatore è salito a bordo a Rio de Janeiro, assieme a Ricardo Aliana, diretto proprio in quella metropoli chiassosa e disordinata dove ha trovato la gloria. Ha una missione: acquistare per conto del Torino l’attaccante José Parodi, pronto a naturalizzarsi italiano per le origini liguri della famiglia. Ora è diventato un promoter del calcio paraguayano, bistrattato rispetto a quello degli altri paesi latino-americani.

Lui è stato il primo italiano assieme a Rossetti ad avventurarsi a quelle afose ed umide latitudini e ci tiene a valorizzare il lavoro svolto. Così ha convinto qualche dirigente sul valore dei fratelli Parodi, suoi ex allievi a Luque. A circa 13 chilometri dall’aeroporto Silvio Pettirossi il velivolo colpisce un altissimo albero con l’ala sinistra, che viene gravemente danneggiata. L’aereo sbanda e va a sbattere contro un altro albero. Il pilota tenta un disperato atterraggio a terra. Ci riesce ma si sviluppa subito un incendio. Fu 24 persone presenti sul Lockheed tra passeggeri e personale di bordo, 16 muoiono, 8 si salvano, 5 passeggeri e 3 addetti.

Tra questi vi è Vessillo Bartoli con il corpo coperto da ustioni. La sua ripresa è lenta, passa molto tempo nell’ospedale della capitale paraguayana, ma alla fine ne esce con le proprie gambe. Solo allora decide si far ritorno nella sua Vado per una lunga convalescenza. L’affare Parodi va in porto lo stesso, nonostante i problemi di Bartoli. Anzi, i due fratelli Parodi tornano insieme sulle orme dei nonni. Josè Parodi viene acquistato nel 1955 dalla Lazio ma viene subito girato in prestito al Padova dove mette insieme 19 presenze e 3 reti. L’anno seguente va in prestito al Genoa ma totalizza solo otto comparse.

Quindi torna allo Sportivo Luqueño con molto rammarico e un sacco di rabbia. Così si prende la sua rivincita tornando in Europa nelle file del Las Palmas, del Nimes e quindi del Mulhouse. In quello stesso anno 1955 Silvio Parodi approda in maglia viola giocando sette volte e segnando due volte. Un piccolo passaggio sotto il Campanile di Giotto prima di far ritorno al Vasco de Gama per tornare poi in Europa nel Real Racing Club de Santander. Nel 1987 Silvio Parodi assunse, come il suo maestro Bartoli, la carica di commissario tecnico della nazionale paraguayana per la Coppa America. E Bartoli? Non si accontentò di passeggiare su e giù sul lungomare di Vado o andare a fare due passi sotto i portici di via Paleopaca a Savona. Appena finiti gli acciacchi, con il volto scavato dalle ustioni, si sedette sulla panchina del suo Vado nel 1957-58 e nel 1958-59, una annata finita con la retrocessione in Prima categoria. Passa mesi e mesi a sentirsi finito, resta molto tempo chiuso nella sua casa di Via Diaz.

Le notizie, si sa, correvano lente da una sponda all’altra dell’Atlantico. Così quando ad Asunción si sparse la voce che Vessilio Bártoli era tornato in forma, il Cerro Porteño se lo accaparrò e lo trascinò di nuovo nella polvere latino-americana nel marzo 1961. Con lui la società del Barrio Obrero di Asunción vince il campionato. Per Bartoli, paraguayano per caso, è il suo terzo successo nella terra dei guaranì. Bartoli non sta nella pelle: ora è atteso dalla Coppa Libertadores, istituita nel 1960. E’ la prima esperienza della società rosso-blu e lui la prepara con la tradizionale cura maniacale aiutato da Luis Benítez Chilavert. E’ una squadra solida e compatta che si regge sulla difesa con Cantero e Breglia, sull’’esperienza del portiere Crispulo Silva e sulle invenzioni di Jara Saguier, "Pablito" Rojas e Pavón. Bertoli porta a casa poco o niente nella Libertadores, una solo vittoria, un pareggio e due sconfitte, l’ultima umiliante, un sonoro 9 a 1 contro il Santos di Pelé.

Quando è sul punto di abbandonare per sempre il continente latino-americano, Bartoli riceve una chiamata dall’Ecuador. Prende in mano l’Universidad Católica, omonima di quella più famosa di Santiago del Cile. Il club quiteño, maglia celeste e bianca, disputa il Campeonato Profesional Interandino, che all’epoca serviva a qualificare le vincenti al Campeonato Nacional, e il Torneo Pro AFNA, tra i più importanti del Paese. Passato in poco tempo dalle pianure paraguayane ai 2763 metri di altezza di Quito, il neofita Bartoli vince tutt’e due le competizioni, l’Interandino e Torneo AFNA. I giornali gli affibbiano l’appellativo di "Profesor". Gli altri allenatori ascoltano le sue teorie calcistiche applicate ad alta quota, tra le nuvole di una gloria quasi impossibile da carpire per uno nato in riva al mar Mediterraneo. Lassù a Quito Bartoli inventa un "sistema" tutto suo, un avveniristico 3-2-5 con i calciatori di fascia.

I più quotati dirigenti del El Nacional, squadra dell’esercito, si fanno avvincere dall’esotismo di quel marziano che mischia la cantilena ligure alla lingua di Cervantes, l’astuzia levantina all’arguzia dell’uomo con la valigia. I calciatori criollos del National non hanno mai vinto il torneo nazionale dell’Ecuador eppure riescono nell’impresa, la prima della loro storia. Vessillo crea una difesa imbattibile e un attacco mitraglia con al centro il capocannoniere Tom Rodríguez. Da mediano delle ventose terre ligure diventa un sergente di ferro dell’alta quota calcistica.

Anche il più esperto dei preveggenti non avrebbe mai espresso un futuro così originale per Tornato in Italia, vi rimase: si ritirò a Vado Ligure, dove tutto era iniziato, e visse per alcuni anni nel riposo e nel ricordo. Si spense nella sua città il 14 marzo 1981: non aveva ancora compiuto 73 anni. In sua memoria fu istituito un torneo riservato alla categoria Giovanissimi, appunto il Trofeo Vessillo Bartoli. Per Vado fu una personalità di altissimo profilo, sia per la sua abilità di allenatore che per la sua figura di sportivo integerrimo e onesto. La sua storia è ignota a molti, pochi sanno che Vessillo Bartoli è un a voce fondamentale nel calcio latino-americano.

di MARCO FERRARI

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