(foto depositphotos)

A quindici anni dalla morte e ottantacinque dalla nascita, il mito di Omar Sivori non viene mai meno in una Italia che lo accolse a braccia aperte prima nella Juventus e poi nel Napoli. Negli anni degli "Angeli dalla faccia sporca", gli anni del Racing e del San Lorenzo, che velarono il tradizionale dominio del Boca Juniors (che tornerà in auge dal 1962), l’Argentina riprese a correre con una crescita del 6% l’anno, la scomparsa dell’analfabetismo, la nascita di una élite porteña cosmopolita influenzata dall’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre e di una nuova avanguardia culturale guidata da Borges, Piazzolla, Cortazar, Elena Walsh, Ernesto Sabato, Antonio Berni, Ricardo Carpani. Anche il calcio fece la sua parte: l’immagine di Omar Sivori con i calzettoni abbassata dava l’idea di una nazione informale e moderna dominata da miti come Evita e il Che, pronti per diventati eterni. La famiglia di Regina Maria Sivori, mamma di papa Jorge Mario Bergoglio, è originaria di Santa Giulia, sulle alture di Lavagna, in provincia di Genova. Il nonno di Omar Sivori era nato poco distante, sul mare, a Cavi di Lavagna. Otto chilometri di distanza, un oceano di mezzo, navi che vanno e navi che vengono, sogni che si infrangono, speranze che crescono, gente che si perde nelle discese ardite, gente che torna nelle risalite. Dunque, parlando di Omar Sivori e di papa Francesco, non possiamo che definirli entrambi oriundi veri: " Quando andai a visitare il mio paese di origine, Cavi di Lavagna, in Liguria, vicino a Chiavari, - disse Sivori, - in dieci minuti al bar venni circondato da almeno cinque o sei Sivori, con la carta d' identità in mano. E a San Nicolas dove sono nato, esiste una Società Italiana che ebbe un presidente che si chiamava Bartolomeo Sivori, il mio bisnonno". Enrique Omar Sivori spuntò sul pianeta in un discosto paesello sul Paranà (San Nicolas de los Arroyos, 200 chilometri da Buenos Aires), portato al River su segnalazione di Renato Cesarini e da lì spedito in Italia nel 1957. Sbarcò spavaldo e guascone, da vero gaucho, con quei calzettoni abbassati che sfidavano i tacchetti di terzini arcigni e maldestri. Si difese alla sua maniera, come in un conventillo di provincia, rissoso e corrucciato, guadagnando ben 33 giornate di squalifiche in dodici anni italiani tra Juve e Napoli. Diventato eroe calcistico d’Italia, nel dicembre ’68 Omar Sivori tornò in Argentina e disse addio al calcio giocato con l’intento di godersi una ricca pensione, la moglie María Elena Casas e i figli. Ma non resistette molto lontano dal rettangolo di gioco. Si mise a fare l’allenatore del Rosario Central, quindi dell’Estudiantes della Plata, del River Plate, del Racing di Avellaneda e del Vélez Sársfield. "Allenare non faceva per me" confessò anni dopo tirando le somme delle sue nervose fumate a bordo campo. Nel 1972 gli diedero anche la panchina dell’Argentina con l’obiettivo di centrare la qualificazione ai Mondiali in programma in Germania Ovest nel ’74 dopo la debacle del ’69, quando la Selecciòn allenata da Adolfo Pedernera era stata eliminata dal Perù nella fase di qualificazione al Mundial messicano del ‘70. Prese servizio nell’agosto del 1972 rimpiazzando Juan José Pizzuti. L’albiceleste aveva di fronte due ostici avversari, il Paraguay e la Bolivia, da affrontare in tempi ristretti: i primi, nemici da sempre, invidiosi delle grandezze rioplatensi; i secondi temibili per l’adattamento all’aria rarefatta che gonfia lo stadio Hernando Siles di La Paz, posto a 3.600 metri sul livello del mare, uno dei più alti al mondo, ora interdetto dalla Fifa. Fu così che Sivori escogitò la doppia Selecciòn: la prima si allenava a bassa quota, la seconda in altura. Quasi in segreto spedì il suo secondo Miguel Ubaldo Ignomiriello e i giocatori prescelti in ritiro, praticamente in incognito, sull’altipiano di La Quiaca, al confine con la Bolivia, a 3.500 metri d’altitudine e in pieno inverno per abituarli alle condizioni di La Paz. Come in un romanzo di Osvaldo Soriano, in una situazione che mischiava realtà e fantasia, Ruben Glaria, Marcelo Trobbiani, Ruben Galvan, Aldo Poy, Oscar Fornari, Ricardo Bochini e un giovanissimo Mario Kempes passarono 45 giorni in una locanda infima di Tilcara, nella provincia de Jujuy, senza ricevere soldi, allenandosi ed organizzando amichevoli con improvvisate formazioni locali, utilizzando gli incassi per i beni di prima necessità e i viveri che a turno qualcuno della squadra comprava in un supermercato e cucinava. "Perdetti otto-nove chili" racconta Kempes nella sua autobiografia Matador. Allenarsi non era facile: "Abitavano in un mortale albergo a Tilcara, sui 2.500 metri di altura, – ha raccontato Miguel Ignomiriello, - ma tutti i giorni dovevamo salire alla Quiaca a 3.442 metri. Per fare cassetta organizzammo una prima partita a Tilcara, pareggiando con una selezione locale. Poi andammo a giocare a Cuzco, in Perù, a 3.600 metri di altezza e a Potosì, in Bolivia, a 4.250 metri. Alla fine riu scimmo a mettere in piedi 15 partite, tutte vinte, tranne la prima. Fu una fase importante per assaggiare l’adattamento a quelle altitudini, anche se i campi erano pieni di buche, non livellati e gli spogliatoi erano freddi e i bagni delle latrine. Ci diedero una mano il dottor Horacio Escudero, medico psicologo, e il dottor Horacio Leveroni, direttore dell’Istituto di Biologia Sperimentale della Fondazione Bernardo Houssay, che stettero tutto il tempo con noi. L’ambiente era talmente particolare che fu la prima volta che uno psicologo seguì una squadra di calcio. E solo Dio sa quanto ce n’era bisogno!" Di quella nazionale B si persero le tracce. Furono dimenticati lassù persino dai dirigenti della Federazione calcistica. Si fecero un’unica fotografia con dei cappucci sul viso, come dei fantasmi, coprendo le lunghe capigliature alla Beatles che all’epoca andavano di moda. Alcuni di loro, Jorge Troncoso, Reinaldo Carlos Merlo e Juan José Lopez, i tre del River Plate, non ressero alle condizioni e se ne ritornarono a casa, di nascosto. Altri più esperti, Daniel Carnevali, Rubén Ayala, Angel Bargas, Daniel Tagliani e Osvaldo Cortés e Rodolfo Telch si recarono direttamente nella capitale boliviana, quasi inosservati, poche ore prima dell’incontro. Quando la rivelazione del ritiro segreto di Tilcara trapelò a Buenos Aires i giornalisti, alimentando il clima di mistero, coniarono la definizione di El Seleccionado Fantasma. La prima squadra vinse 4-0 in casa e poi rimediò un pareggio a Asunciòn contro il Paraguay rendendo decisivo lo scontro con la Bolivia. Finalmente, il 23 settembre del 1973, davanti a 30 mila spettatori, nel famigerato stadio Siles si trovarono di fronte Bolivia e Argentina: El Seleccionado Fantasma aveva un solo risultato a diposizione, la vittoria. L’Argentina si schierò con Daniel Carnevali, Rubén Glaría, Angel Bargas, Daniel Tagliani, Osvaldo Cortés, Roberto Telch, Rubén Galván, Aldo Poy, Oscar Fornari, Rubén Ayala e Mario Kempes. Nel secondo tempo entrarono Bocchini e il diciottenne Trobbiani, mentre non si mosse dalla panchina Miguel Brindisi. Subito Kempes si creò un’occasione, ma la fallì. La Bolivia ebbe una chance incredibile per un errore difensivo di Bargas, allora tesserato nel Nantes, ma non ne approfittò. Il risultato si sboccò al quindicesimo: il centrale Rubén "Osso" Glaría lanciò Aldo Poy, che girò la palla di prima a Rubén Ayala detto "Il Ratto", punta del San Lorenzo, il quale tirò. Il pallone fu intercettato da Oscar "Il Passero" Fornari, che con uno spettacolare tuffo di testa, spiazzò il portiere boliviano. Fornari era appena rientrato ed era corso in area; perdeva sangue dal naso e si era fatto tamponare la narice alla bell’e meglio con un vistoso tappo di cotone. Con una incredibile e coraggiosa difesa, l’Argentina resistette sino alla fine salvando quell’umile 1-0. Non ci fu molta gloria per Fornari in quell’unica apparizione nella nazionale della sua carriera in cui disegnò quella che è stata definita la palomita de la Paz. Giocò sino a 39 anni tenendo impresso nel suo curriculum il soprannome di Goleador fantasma. Omar Sivori compì l’ultima magia, alla sua maniera, fatta di arguzia e furbizia poiché alla vigilia dei Mondiali venne esonerato e sostituito da Vladislao Cap senza gradi risultati. Già prima del torneo mondiale, in una amichevole contro una selezione rosarina, nel primo tempo la nazionale perdeva tre a zero. Nell’intervallo il ct Vladislao Cap chiese agli avversari di togliere dal campo il numero 5. Quel 5 era Tomas Carlovich, detto "El Trinche", considerato da Maradona il più grande giocatore argentino, scomparso in questi giorni. Degli arditi andini che sfidarono il freddo e la fame solo uno ebbe l’onore di andare in Germania, Mario Kempes. Per l’Argentina non fu un gran torneo, ritornò a casa senza superare la fase a gironi. In molti rimpiansero le invenzioni di Sivori. Chissà cosa avrebbe escogitato in Germania Ovest! Magari avrebbe realizzato il ritiro in Germania Est, tanto per far innervosire i temibili teutonici di casa! Sivori ritornò in Italia da commentatore televisivo portando occhiali spessi, tenendo un ghigno assai severo davanti alle telecamere e rimbrottando qualche giornalista che voleva mettere in discussione le sue teorie tecniche. Se ne tornò a morire in riva al Paranà bruciato da un tumore al pancreas a 69 anni. Il necrologio più appropriato lo ha scritto il suo compagno di nazionale, José Francisco Sanfilippo: "Sivori è stato il padre futbolístico di Maradona".

MARCO FERRARI

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