Trump (Depositphotos)

America my dream. A vent’anni, varcai, con orgoglio e timore, il portone del Consolato Generale in Piazza Portello, a Genova – ora chiuso da decenni – per ritirare il mio primo visto per gli Stati Uniti. La bandiera a stelle e strisce, l’odore buono dei libri. Lo stesso che avevo imparato ad annusare nella sala di lettura dell’USIS. I temperamatite da tavolo, le bocce azzurrine dell’acqua nei corridoi. E, dappertutto, quell’atteggiamento libero e familiare che identificavo con la democrazia. E poi Miles Davis, John Coltrane, Charlie Parker: non era davvero difficile sentirsi americano. Attraversai l’oceano da studente-emigrante, su una delle ultime carrette. Ancora una volta non potei fare a meno di sentirmi americano quando l’Irpinia fu in vista della Statua della Libertà.

In seguito, mi sono sentito americano in mezzo agli americani che festeggiavano la bandiera a stelle e strisce piantata sul Mare della Tranquillità dagli astronauti dell’Apollo 11. Ancora una volta quella bandiera era anche la mia. Ed era anche mia, nonostante tutto, la bandiera che l’ambasciatore USA ripiegava religiosamente prima di abbandonare Saigon. Spinto più che dalla sconfitta dal desiderio di pace dell’opinione pubblica americana. Quante volte il miracolo della libertà (e, perché no, di una felicità democratica, pubblica, non esclusiva) si è ripetuto, per me, all’ombra di quella bandiera, dalla fotografia di Ivo-Jima al quadro di Jasper Johns.

Sembrava che la magia dovesse operare indefinitamente. E anche se l’America che amavo si trasformava, pareva che la nuova raccogliesse le aspettative della vecchia. Mettendole quelle ali, quella felicità un po’ irresponsabile di volare che è così estranea agli europei. Anche le innumerevoli tragedie americane hanno fatto parte di questo sentimento: il razzismo e la violenza, la povertà e il maccartismo, la bigotteria puritana, il braccio della morte, l’appoggio degli ‘amerikani’ alle dittature.

Tutto questo, ma anche il suo contrario,mi è appartenuto attraverso il solo sogno umano che pareva capace e degno di avverarsi sulla terra e tra gli uomini, senza rinviare ad altri improbabili mondi. E anche gli orribili assassinii americani – i Kennedy, il reverendo Luther King – avevano colpito degli eroi americani che tutto il mondo sentiva propri, sentiva incarnare propri sogni. L’ultima volta che mi sono sentito americano è stato l’11 settembre del 2001. Anche allora sembrò che attraverso quella tragedia il sogno, il miracolo così familiare della palingenesi americana potesse tornare a realizzarsi. Ma così non è stato, il miracolo non riesce più a ripetersi. Sui lati opposti dell’Atlantico è il tempo delle recriminazioni, delle ritorsioni, dei rimproveri: segno rivelatore di una rottura, se non definitiva, certo gonfia di conseguenze.

Già con l’invasione decretata all’Irak al di fuori di qualsiasi legalità internazionale, anche di una sua parvenza, aveva cominciato a spezzarsi, irrimediabilmente, il meccanismo che mi portava, come molti altri europei, a identificarmi col sogno americano, pur nelle sue inevitabili deviazioni, aberrazioni, tragedie. L’American Dream si è dissolto lasciandoci alle prese con l’American Tragedy, la tragedia del potere presunto senza limiti effettivi. E tutto d’un tratto – con un senso di perdita e di smarrimento, ma anche di inattesa liberazione – non ho potuto più sentirmi americano . Le mie idee di giustizia, libertà, democrazia, eguaglianza, si sono trovate in conflitto con la loro stessa fonte. Con stupore, mi sono sentito più difeso e garantito, nel mio personale sogno, dalla nostra Costituzione, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, persino dalla Convenzione Europea dei Diritti umani, che non dalla Madre di tutte le Costituzioni, quella americana, da cui ero stato tradito.

Un’illusione? Certo, come quella che investe l’ONU di un ruolo di polizia internazionale che quell’organizzazione non è in grado per sua natura di assolvere. Ma un’illusione necessaria, piena di speranza, forte come quella che una volta mi faceva pensare di non potermi non dire – crocianamente – ‘americano’. La stessa illusione (una delusione, forse) che sullo spirare del secolo scorso spinse milioni di persone a esporre ai balconi e sulle piazze, al posto di quella a stelle e strisce, la mite bandiera dell’arcobaleno. Che sia questo il momento, per gli americani, di cominciare a sentirsi – loro – europei e occidentali? Che la democrazia – una democrazia fragile, contraddittoria, il ‘peggiore dei regimi se si escludono tutti gli altri’ – non debba tornare a traversare l’oceano atlantico, rovesciando la rotta di Colombo, col pieno consenso del grande navigatore genovese, ingiustamente spodestato e tacciato di criminale?

di MICHELE MARCHESIELLO

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