Giuseppe Conte (Depositphotos)

Perché il secondo governo Conte è palesemente più inconcludente del primo, pur essendoci fra le forze della maggioranza che lo sorregge indubbiamente più omogeneità? Direi che il motivo principale è nell’atipicità del patto che fu siglato dopo le elezioni del 2018 fra forze che sapevano di essere diverse, e anzi per molti aspetti antitetiche, e che perciò scelsero per la loro alleanza governativa una forma "contrattuale" che non si era mai vista in essere in nessuna legislatura.

Era un accordo sostanzialmente spartitorio, ove l’un partner si impegnava a far passare i provvedimenti dell’altro pur di realizzare i suoi. Un accordo postpolitico, ovvero consono a una epoca in cui la politica la si è pretesa fare per singole issue e non secondo un progetto o per realizzare una idea, seppur non rigida come quella delle vecchie ideologie, di società. E un accordo antipolitico, cioè che aveva come trait -d’- union il porsi di Cinque Stelle e Lega come antitesi al vecchio potere, all’establishment comunque fosse connotato. In verità, questo aspetto, che era la constituency dei grillini, la ragion d’essere (il "Vaffa") che li aveva fatti nascere, era nella Lega salviniana attenuato da un’esperienza politica amministrativa, soprattutto locale, collaudata e integrata perfettamente nel centrodestra.

Nonostante la schizofrenia evidente delle politiche governative, che riduceva in sostanza il ruolo del presidente del Consiglio a semplice "notaio" dell’accordo spartitorio sottoscritto (e chi meglio di un avvocato, in questo caso "del popolo", avrebbe potuto farlo?), l’esperimento sembrò andare avanti con una certa efficacia, almeno fino alle elezioni europee, che furono il vero inizio della crisi del "matrimonio" che si era combinato: la tornata elettorale, da una parte, segnò infatti una débacle del Movimento a favore della Lega; dall’altra, creò le condizioni per un isolamento a livello europeo del partito di Salvini. Il quale, passato all’opposizione, ritornò nell’alveo forse a esso più naturale, quello di destra, pur conservando elementi postpolitici ogni tanto riemergenti (si pensi, per esempio, alla recente affermazione salviniana della Lega come erede dei valori del PCI e di Berlinguer).

Il secondo governo Conte è nato invece dalla presa d’atto che, una volta attenuate le politiche antisistema e antieuropeiste, cioè antipolitiche, il Movimento Cinque Stelle fosse diventato in qualche modo una "costola", seppur non ortodossa, della sinistra (d’altronde, come ha ricordato il professor Orsina nell’intervista ad Alessandro De Angelis su queste pagine, già "il Grillo delle origini, come il Grillo di oggi, si rivolgeva verso il Pd"). E che quindi, in prospettiva, l’alleanza potesse diventare, attraverso la concreta prassi governativa, qualcosa di non contingente e persino di "strutturale". Nonostante le intenzioni, e nonostante la buona volontà di alcuni leader, culminate per parte grillina in una molto simbolico e affrettato voto ferragostano sulla piattaforma Rousseau, ciò non è avvenuto.

E anzi, all’esterno, l’impressione è che il governo regga, da un lato, perché c’è uno "Stato profondo", anche europeo, che non vuole Salvini al governo e, dall’altro, perché c’è molto potere da spartirsi (e altrettanto già lo si è spartito). In tutto questo, Conte, che era ridotto nel suo primo governo a un ruolo secondario, ha non solo assunto in pieno la premiership, ma, secondo molti opinionisti e costituzionalisti, è anche andato abbondantemente oltre le sue prerogative complice l’epidemia di coronavirus. È come se il presidente del Consiglio galleggiasse sull’impossibilità del governo di trovare soluzioni di sintesi, che non scontentino cioè l’uno o l’altro degli alleati, e sull’impossibilità di mettere fine a un governo nato per contrastare un Salvini ancora oggi elettoralmente forte. A questo punto, si aprono alcune questioni.

È vero che questa legislatura è nata senza che sia possibile creare in essa una maggioranza chiara e più o meno organica. E che non se ne volle prendere atto rimandando subito alle urne gli italiani, come è d’uso in altri contesti, perché giustamente si pensò Il premier Conte che essi avrebbero rivotato in modo uguale. Questa situazione era però palesemente mutata quando Salvini fece cadere il primo governo Conte chiedendo per sé i "pieni poteri".

A quel punto però seguire la strada maestra delle urne faceva "paura" a molti, a partire dal nuovo governo europeo. Nacque così l’attuale "esecutivo" con speranze che risultano oggi, a un anno di distanza dal suo insediamento, disattese. Perché è accaduto ciò? Perché non si è creato un amalgama politico fra le forze che lo compongono? La risposta da darsi, a mio avviso, è che, pur avendo perso completamente le spinte antipolitiche che aveva in origine, il Movimento Cinque Stelle, protagonista come forza di maggioranza relativa di entrambi gli esecutivi, sia, per la sua stessa natura postpolitica, sia un elemento di complicazione di ogni quadro politico possibile. Solo un suo drastico ridimensionamento nella prossima legislatura, potrà perciò permettere al suddetto quadro di ritrovare una qualche forma di razionalità.

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