Colpito a morte. Centrato in pieno dal più recente dei Dpcm, in tempi di poderoso riflusso del coranavirus, lo sport dilettantistico si spegne. È moribondo sul colpo e sul posto. Vietati i campionati e le gare, lo sport in Italia non è più per tutti. Costretti allo stop quattro milioni e mezzo di tesserati delle federazioni sportive riconosciute dal CONI. Al conto bisogna aggiungere oltre otto milioni di tesserati dagli enti di promozione sportiva. Un mondo che si ferma, costretto all’inattività. "I contagi non avvengono in campo, stiamo attenti a non privare i ragazzi della socialità", protesta il presidente della Lega Nazionale Dilettanti del calcio e vice presidente vicario della Figc, Cosimo Sibilia. Il momento è critico, di una drammaticità epocale. "Le società sportive si sono indebitate per adeguarsi alle norme di sicurezza. Se si chiudesse tutto sarebbe la fine del movimento".

Ma come fare e cosa si può fare con 12mila contagi al giorno? Scattano le limitazioni per 130 sport, tra chi deve fermarsi e chi può svolgere ancora un minimo di attività. Ma solo a titolo individuale; le squadre no, non possono neppure allenarsi. Osserva Sibilia, avellinese, onorevole deputato della Repubblica eletto con un partito ora all’opposizione, figlio del popolare don Antonio, pittoresco personaggio competentissimo di calcio ai tempi dell’Avellino in serie A, quando al calciomercato ancora non c’erano i procuratori e i cellulari non erano i telefonini. "Se avessimo chiuso ad aprile, come calcio dilettantistico non avremmo riaperto più". La Lega Nazionale Dilettanti conta da sola un milione di tesserati, 370 dipendenti, 2000 collaboratori e una miriade di volontari.

Sibilia non esclude il fallimento, l’implosione del movimento. "Se non giochiamo, lasciamo per strada migliaia di famiglie. L’indotto, poi, è enorme, c’è chi vende palloni, tute, scarpe, e poi i ristoranti e gli alberghi che ospitano le società". La LND organizza 560 partite l’anno, distribuite tra serie D, le categorie inferiori e quelle giovanili. Dilettantistica è pure la serie A donne, ma i dodici club adottano il protocollo dei professionisti. Vanno in campo, le ragazze calciatrici, e giocano. Il campionato ha un corso regolare finora. Il calcio dei dilettanti è nella peste, milioni di ragazzi che non sono Cristiano Ronaldo o Ibrahimovic senza una partitella, un campo, un torneo. Ma il resto? Il governo ha fissato l’elenco degli sport "di contatto", sono 102 tra cui tutte le arti marziali e le forme di lotta, rugby, baseball, basket, calcio, volley, rally, cricket, cheerleading, pallanuoto, nuoto sincronizzato, danza, sportiva, squash, hockey, calcio fiorentino o in costume.

A 28 sport è consentito la pratica solo a titolo individuale. Bob, canottaggio, slittino, pattinaggio artistico, ginnastica, slittino. Lo sport dilettantistico supino al tappeto. Proprio nell’anno in cui i contributi pubblici allo sport sarebbero stati di 280 milioni. La prima rata, 70 milioni, anticipata ad aprile. Novantacinque di euro i contributi aggiuntivi, da gettito fiscale allo sport, da assegnare prevalentemente ad attività post Covid. Il bonus di 600 euro è stato attribuito sulla carta a 450mila istruttori simili, nella misura di 600 euro. Ma sono centinaia di migliaia bambini, ragazze e ragazzi privati della loro passione. Spogliati perché non lo possono più fare lo sport di contatto. Una galassia gigantesca immobile. In Italia abbiamo più scuole calcio (e non sempre questo è un bene) che scuole medie, ma la parola sport non compare neppure per sbaglio nella Costituzione. Milioni di mamme, papà e nonni dovranno cancellare dalle loro agende le gare dei loro figli e nipoti. Viene colpita l’idea secondo la quale lo sport è salute fisica e mentale. Onu e Unicef lo ritengono un diritto fondamentale di bambini e ragazzi. Ma quelli che li aiutano a praticarlo ora si sentono dire che non è poi così importante.

L’esercito dei volontari benemeriti, allenatori, accompagnatori, dirigenti, segretari: diventano tutti inutili. Ma si può? In Italia i professionisti dello sport sono soltanto i calciatori di serie A, B e C, i cestiti tesserati della serie A di basket, i golfisti, i ciclisti. Un mondo, quello del dilettantismo o del paraprofessionismo che attende da anni una legge che discipline molti aspetti, dagli incentivi fiscali e tributari alle garanzie previdenziali. Laddove il calcio è lo sport che paga più tasse di tutti, ovvio. Sette miliardi e mezzo di euro versati ogni anno all’Erario. La quarta o quinta industria del Paese. Lo sport dilettantismo ha un’accertata valenza sociale, didattica e sanitaria. La prevenzione prima che si passi alla cura. Purtroppo questo virus maledetto costringe a ridisegnare schemi e priorità. Gli schemi, in realtà, già sono saltati completamente. La pandemia ha obbligato alla chiusura 100mila centri sportivi, da marzo a giugno. Questa volta nessuno è in grado fare calcoli e di prevedere quante saranno le chiusure. Forse non calcolabili. Soprattutto in considerazione del fatto che lo sport non è praticabile da remoto.

Franco Esposito

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