Il maggior numero di contagi nella regione meno abitata d’Italia. Quella ora con gli indici peggiori, la Valle d’Aosta: 576 positivi su 100mila abitanti, ecco dove l’incidenza da contagio è maggiore. La regione d’Italia maglia nera del Paese. Nessuna accusa, ci mancherebbe, soltanto la costatazione supportata purtroppo dai numeri. Il Covid 19 colpisce come e dove vuole, non tiene conto in assoluto della geografia e della densità della popolazione. In Val d’Aosta, questo necessita dirlo, ma in questo caso non si tratta di puntare il dito o di dare corso ad atti accusatori, in Val d’Aosta ogni villetta ha la sua bella funzionale taverna e la vita è molto comunitaria. Come da antica meravigliosa tradizione, anche nei bar e nelle case per ritrovarsi la sera. E le sagre, le feste. Tanto per dire, a settembre, i ragazzi di Verrayes, Chambave e Saint Denis si riunirono per la tradizionale festa dei coscritti. Verrayes è dei tre il centro più popolato, 1300 abitanti a 107 metri sul livello del mare, posto di reperti preistorici e miniere di rame dismesse, e la riserva naturale dello stagno di Lozon. I primi borghi della seconda ondata, Verrayes con Chambave e Saint Denis, a essere dichiarati zona rossa. Alla festa dei coscritti parteciparono una ventina di ragazzi. In questa appendice d’Italia, la Valle d’Aosta, ora c’è un silenzio composto che ha il sapore strano dell’irrealtà. Si piange intanto il crollo del commercio. Un pianto molto particolare, sommesso, appunto silenzioso. Il crollo è di ogni ordine e genere. In Val d’Aosta la botta ha il suono e la leggerezza dell’ovatta. Mondo a parte, la regione meno abitata d’Italia è al centro di un evento che presenta carattere e connotati dell’eccezionalità. Nel senso però della negatività che l’aggettivo esprime. La Valle d’Aosta è prima in ogni voce della seconda pandemia. Se il suo dato fosse un caso isolato, sarebbe questa una curiosità statistica. Purtroppo la realtà è ben altra: si registra anche il più alto numero di decessi da covid-19 in una settimana. Sette su centomila. In alcune zone – e non sono poche – i contagi raggiungono il cinquanta per cento. Censiti regione per regione, calcolati come incidenza settimanale su 100mila residenti, dal 21 al 28 ottobre, i dati risultano così messi nella graduatoria nazionale. Valle d’Aosta al primo posto, 523,61 casi. Una roba che dell’incredibile e dell’impensabile. La classifica italiana si presenta così, alle spalle della Valle d’Aosta maglia nera capolista: Liguria 363 casi, Lombardia 357, Piemonte 328, Umbria 319, Toscana 309, Trentino Alto Adige 285, Campania 263, Veneto 221, Lazio 196. L’Emilia Romagna stabile con 177 contagi, le Marche 166, la Sardegna 134, la Puglia con 104, la Basilicata 88. Meglio di tutte la Calabria con 66 contagiati settimanali. In crescita la media nazionale, ora a quota 232,02. In Valle d’Aosta è peggio della prima volta, lo scorso mese di marzo. E in questa drammatica circostanza non è possibile accusare gli sciatori, piombati sulle piste della Valle da ogni parte d’Italia. Allora fu deciso di tenere aperti gli impianti fino all’ultimo secondo prima del lockdown. E questa fu indicata come la causa primaria dell’alto numero di casi positivi. Stavolta la corsa al capro espiatorio è una specie di viaggio nell’ignoto. Non è facile, e neppure la vicinanza delle città è un argomento plausibile, concreto. Aosta non è una metropoli, con i suoi 34mila abitanti. Risulta in linea con altre città di pari dimensioni, e il tasso di contagiosità è molto più basso rispetto a quello rilevato in paesi e villaggi da poche centinaia di residenti. Allora la domanda è: cosa sta succedendo in Valle d’Aosta? La crescita esponenziale delle positività è cominciata a inizio ottobre. Tre settimane fa, dopo l’apertura delle scuole. Laddove gruppi di esperti, convinti della loro intuizione, puntano l’indice accusatorio sulla vicinanza della valle con Francia e Svizzera. Silvia Magnani, specialista in malattie infettive all’ospedale Parini di Aosta, parla di "riflesso condizionato, che induce sempre alla ricerca dell’evento zero". Identificato qui nella festa dei coscritti già evidenziata. Saint Denis dichiarato "zona rossa" già nel marzo scorso; Verrayes e Chambave nella seconda ondata. Luca Montagnani, coordinatore sanitario dell’unità di crisi, fotografa senza peli sulla lingua la situazione negativa della Valle d’Aosta. "Siamo la pecora nera, come accadde durante la prima fase della pandemia. Ma tra maggio e ottobre siamo anche stati, col Molise, la regione con meno contagi". Ma sulle cause, sulle ragioni di questa esplosione del Covid 19 nella valle è come cercare di rispondere a un indovinello. Il coordinatore sanitario ritiene, lui sì, di avere la risposta giusta. "La riapertura delle scuole. E questo vale per tutti". La prova del nove sarebbe reperibile nei primi risultati dopo la scelta della didattica a distanza per una classe su delle superiori. La curva sembra stabilizzata. Ma il virus non è arrivato soltanto dalle aule scolastiche, le scuole sono state l’innesco del ritorno a un normale stile di vita quotidiana, a un modo radicato di vivere nelle piccole comunità. E meglio che altrove in Valle d’Aosta ha funzionato il tracciamento dei contatti. Una magra consolazione, questa: l’aumento dei test ha causato l’inceppamento delle macchine, il personale scarseggia e la Usl locale è impegnata in continui appelli: chiesto l’aiuto dell’esercito. Unica consolazione, se a qualcosa può servire, è l’accertata minore aggressività del virus. Ma intanto, all’ospedale Parini, è stato aperto il quarto reparto Covid. I ricoverati sono 115, mancano i medici.

La nottata è ancora lunga da passare.

FRANCO ESPOSITO

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