A 11 anni ha costruito da sola il suo primo robot. A 13, la più giovane in Europa, è stata nominata tra i 100 Digital Champions Italiani. A 14 è stata invitata al TEDxMilanoWomen, poi alla Maker Faire di Roma e a 15 era al Mit di Boston.

A 16 è diventata “preside” di una scuola tutta sua i cui studenti si chiamano dreamers (ogni studente della scuola ha una t-shirt con questa parola scritta), sognatori che imparano giocando. Il suo nome è Valeria Cagnina e abita a San Michele, una frazione di Alessandria.

«La scuola non mi bastava e me ne sono inventata un’altra», ha affermato sorridendo. E così, coadiuvata da dieci giovani docenti, con lezioni individuali o di gruppo insegna robotica applicata nel campo dell’educazione in una scuola che le hanno realizzato i genitori – l’aula è stata ricavata in casa dal papà Roberto, piccolo imprenditore di impianti frigo - ma va lo stesso, anche se fa molte assenze, alla scuola “normale” per diventare perito tecnico.

Il suo sogno è quello di studiare ingegneria informatica all’università a Milano. Anche se, in verità, i laboratori universitari li conosce già, quelli prestigiosi del Mit di Boston dove, quando ancora aveva 15 anni, è diventata Senior Tester per il progetto Duckietown, una città delle papere, per costruire un robotino capace di andare in giro per la città, evitare gli ostacoli, rispettare i segnali stradali, fermarsi agli incroci e fare tante altre cose.

«Ho scoperto a Boston che si può imparare divertendosi e giocare imparando, e che imparare non deve essere una cosa noiosa. Ho voluto replicare questa cosa in Italia. La mia scuola è sulla piattaforma Sofia del Ministero dell’istruzione», ha detto in una recente intervista. A Boston c’è andata con i genitori e mentre loro visitavano la città, lei si presentò al Mit dove ebbe acolto, tanto che un professore volle metterla alla prova. «Vediamo che sai fare», le disse.

E le consegnò un kit per costruire un robot Duckietown, una piccola macchina in grado di evitare gli ostacoli. L’anno dopo in estate, l’hanno convocata offrendogli di trascorrere tre mesi in quella università che lei considera «l’idea stessa della ricerca, della tecnologia. In pratica l’Olimpo della scienza». E in quella occasione ha collaborato con una start up.

Ma che cos’è la robotica educativa? Valeria lo ha spiegato in una intervista alla “Stampa”: «In Italia non è una disciplina, né c’è una facoltà che la insegni. Bisogna andare in Svizzera, in Germania. Quando parliamo di robotica educativa non si fa altro che applicare le possibilità della robotica per rendere più giocoso l’insegnamento. In poche parole è possibile spiegare i miti servendosi dei robot. Non solo i miti. Anche i “Promessi Sposi” e la “Divina Commedia”».

Sogna, insomma, di rivoluzionare l’insegnamento attraverso tecnologia e robotica. Le sue lezioni sono seguite da più di 20 studenti, la più piccola, Sara, di appena quattro anni. E due volte la settimana va a insegnare in una scuola elementare di Valenza e in un asilo di Asti: «A seguirmi – afferma – ci sono anche cinque insegnanti che credono di potere imparare qualcosa da me. Tutte le nostre attività possono essere svolte con partecipanti da 3 a 99 anni, in italiano e in inglese. Vengono effettuate in ogni parte d’Italia, d’Europa e del mondo».

Non si sente un genio, Valeria, ma ritiene che niente è impossibile. «Per farcela – afferma – servono determinazione, impegno, curiosità». Tutte cose che a lei non mancano e che la porteranno lontano.

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