Parole oneste, corrette, giuste, quelle di Giorgio Chellini. “Le sfide tra Juve e Napoli esulano dal campionato”. Sono una cosa a parte, rappresentazioni di volta in volta uniche. Il massimo dell’adrenalina, l’esplosione delle passioni, oggi non più sane tantomeno genuine, emozioni forti, espressioni chiare di palpiti, rabbia, guizzi d’orgoglio, coinvolgimenti. La partita che vale un campionato, al di là del significato di classifica, in chiave scudetto o acquisizione del diritto di ammissione alla Champions League. Gli umori sono quelli classici e tipici del derby, non importa se Napoli e Torino distano settecento chilometri. I napoletani sono decine di migliaia a Torino. Eredi oggi degli emigranti di una volta, quei meridionali in cerca di lavoro e di un futuro nella capitale savoiarda. La valigia di cartone ai piedi.

“Corea”, una volta, per decenni, li accoglievano così, e l’appellativo sapeva di disprezzo e insofferente accoglienza. “Corea” anche la squadra di calcio del Napoli, in quei giorni. “Noi siamo la Juve, questi terroni li trattiamo come meritano, a suon di gol. Preparino il pallottoliere”. Come scrivere c’è differenza tra noi e loro, la Juve ai piani alti. “Avete dubbi? Quanti scudetti ha vinto il Napoli? Zero. I campioni siamo noi, i dominatori siamo noi”. Capita invece che arroganza e sicumera subiscano l’onta della sconfitta, almeno una volta nella vita. Quella volta, con grande scorno per la Juve. Il Napoli e Napoli in delirio, manifesto, da esporre, i titoli in prima pagina a testimoniarlo. Impossibile nascondere l’orgoglio del vincitore autore di un’impresa epica.

Omar Sivori senza parastinchi, i calzettoni arrotolati alle caviglie, alla cacaiola, e John Charles troneggiante. Il gigante gallese col suo stacco ad alta quota, l’incornata a trasformare il gesto aereo in una sassata. Dominava quella Juve, Vecchia Signora, Madame con le stimmate della Real Casa. La Fiat, gli Agnelli, e quant’altro. Correvano quegli anni oggi sapidi d’antico, Torino nella morsa del gelo. Pioveva quel pomeriggio allo stadio comunale di fattura fascista, la torre di Maratona, e i marmi. Sembrava imbattibile la Vecchia super carrozzata. Sivori, Charles, Boniperti, Stacchini, come per dire tanta roba. Il Napoli, quel giorno, una domenica grande e tante altre no. ‘O leone Vinicio, il piccolo sgusciante Novelli, il bersagliere Di Giacomo, e tra i pali Ottavio Bugatti. Amedeo Amadei l’allenatore, il fornaretto di Frascati. Bugatti quella domenica febbricitante, temperatura a trentotto gradi e mezzo. No, Ottavio, non puoi giocare, stattene in albergo, al caldo. E lui, ma no, non posso mancare, mi aspetta un premio, l’investitura. Il Premio Combi, intitolato al numero 1 dell’Italia campione del mondo nel 1938 in Francia, sotto Vittorio Pozzo, il vecchio alpino diventato giornalista e commissario tecnico. Il premio, l’incoronazione, come miglior portiere nel campionato. La consegna quel pomeriggio di pioggia e gelo, Bugatti non può mancare l’appuntamento, vuole esserci.

Gianni Agnelli, proprio lui, l’avvocato, è in attesa a centrocampo. Toccherà a lui premiare l’Ottavio volante. Ma la febbre, lo stato influenzale? Bugatti dice di essere a posto, se la sente. “Il nostro medico mi ha guarito, la porta è mia”. La difende, la protegge, la preserva: un gatto magico, arriva dovunque, i palloni destinati alla rete li prende tutti. Tuffi, colpi di reni, voli. Il migliore in campo, degno del premio in memoria del grande Combi. Juve uno, Napoli tre. Bugatti e Vinicio le griffe, incarta e porta a casa, Vecchia Signora.

Ventiquattro novembre 1957. Cose così, speciali. Al Vomero, la casa antica del Napoli, due schiaffoni alla Juve. Madame trattata senza rispetto. Intanto, ci rimette uno scudetto, lei anche in quella circostanza super carrozzata, John Hansen, Praest, Boniperti, Viola, Carlo Parola. Due a zero Juve all’intervallo, partita chiusa, almeno così sembra. Altra musica alla ripresa, è un’altra squadra il Napoli guidato da Eraldo Monzeglio, già campione del mondo, forti e mai nascoste simpatie per il Fascio, partner tennistico del Duce. Due a due mentre la partita è sul punto di spirare. Amadei, di drop, picchia il pallone di rimbalzo e al cuore colpisce la Juve. Tre a due. Un miracolo calcistico o che cosa? L’immagine finale è una fotografia mai dimenticata: Carlo Parola, mitico campione juventino, una gloria in bianco e nero, che picchia la testa contro il palo. Un gesto di rabbia. Lo scudetto è perso.

Stadio Vomero, ancora là. Una partita da cardiopalmo. Vietata sì ai malati di cuore che quella domenica (ai tempi il campionato si giocava solo il settimo giorno della settimana) che i napoletani di una certa età, come tanti e come me, non hanno dimenticato. Niccolò Carosio, mitico, impegnato a bordo campo nella radiocronaca del secondo tempo (di non altro era possibile godere all’epoca). Pubblico straripante, non contenibile nel vecchio stadio. In migliaia devono invadere il campo, sistemandosi in prossimità delle linee laterali del terreno di gioco. Migliaia davvero, come fare? Provvede l’arbitro, Rosario Lo Bello, don Rosario principe del fischietto, il migliore. Garantisce lui, dopo aver ricevuto l’assenso di Boniperti, storico capitano e bandiera della Juve. Il secondo tempo vive con il pubblico a bordo campo. Problemi, incidenti, interruzioni? Solo entusiasmo, disciplinato, composto. Gli invasori pacifici e i trentamila pigiati come sardine sugli spalti incantati dal gioco e dall’andamento. Gol risponde al gol, tre a tre mentre il novantesimo minuto è in arrivo. Allora gli arbitri non usavano concedere tempi di recupero, non era previsto. Ma la più incredibile delle domeniche e delle partite tra Napoli e Juve ha ancora qualcosa da offrire, da regalare. L’emozione finale, la più forte. Il gol di Bertucco allo spirare del pomeriggio. Quattro a tre Napoli, impossibile dimenticare.

Dal Vomero al San Paolo cambiano il teatro e la coreografia. La scena no, la sfida ripropone connotati ormai definiti. Omar Sivori senza parastinchi e con i calzettoni alla cacaloia, ora però azzurri, non più bianconeri. Manolete è uno del Napoli, e ce l’ha a morte con Heriberto Herrera, H2, il mister paraguagio che ha spinto la Juve a liberarsi del geniale mancino argentino. Sivori col veleno sulla punta della lingua e in ogni centimetro del suo fisico. Provoca l’odiato Heriberto tutte le volte che va a palleggiargli nei pressi della panchina. E in campo finisce a botte. Una colossale rissa scatenata da una pedata malandrina di tale Favalli. Pomeriggio classico da Napoli-Juve. Squalifiche a pioggia, Salvadore e Panzanato sanzionati con provvedimenti pesanti, di lunga durata.

Stravolto tatticamente, pilotato da Luis Vinicio, allenatore portatore di novità fondamentali, il Napoli è cresciuto. Si è arrampicato all’altezza della Juventus, le contende lo scudetto 1974-75. All’andata Madame ha allevato antipatie maramaldeggiando al San Paolo. Il Napoli in ambasce fisiche, reduce da un micidiale scontro nel fango in Cecoslovacchia, gara di ritorno di Coppa Uefa. Manita della Juve, cinque gol a Vinicio. La Vecchia Signora ancora di più antipatica. Da quel giorno, i napoletani non la possono soffrire. Le vanno contro, per quello che è possibile fare. Una partita impari. Sei aprile 1975, al Comunale di Torino. Vantaggio juventino con Causio, pareggio di Totò Juliano, e Napoli padrone del campo. Una gran bella dimostrazione del dettato tecnico di Luis Vinicio. Formidabile ex, Dino Zoff è prodigioso su una conclusione di Juliano, suo amico e sodale a Napoli, le famiglie molto vicine, le vacanze estive in comune in Toscana, a Punta Ala. Un punto separa in classifica le due rivali, anche il pareggio andrebbe di lusso al Napoli, favorito da un agevole prosieguo di calendario. Invece no: Josè Altafini lo colpisce e lo affonda allo spirare della partita. Proprio lui, l’ex, che la Juve ha legato a sé con un contratto a gettoni. “Core ‘ngrato”, titola Carlo Juliano, il giornalista inviato dell’Ansa, insostituibile addetto stampa del Napoli nel part-time. Venticinquemila napoletani rientrano a casa delusi e depressi. Quando mai potremo avere un’occasione così? Punito il Napoli senza avere colpe, se non quella di aver dato Zoff alla Juve e preso Carmignani. Gedeone è un po’ generis, come portiere. Ma l’idea di calcio di Vinicio? Quella no, la Juve non l’ha punita. Anche perché il Napoli cancella un ventennio di buio, segnato dalle sconfitte, proprio grazie al tecnico brasiliano.

Un idolo tuttora, Vinicio. Che mette la Juve prona la prima volta che la incontra. Due a zero a Fuorigrotta, firmato Sergio Clerici e Faustino Canè. Canta Napoli, musica per le orecchie buone, in seguito allo sbarco su piazza di un marziano. L’ET chiamato Diego Maradona; Michel Platini sulla sponda Juventus. Ma dove eravamo rimasti? Allo sbarco di Diego, e allora beccatevi questa, in attesa di celebrare due scudetti, una coppa Italia, la coppa Uefa, la Supercoppa. Tre novembre 1985, pioggia sul San Paolo, l’erba del terreno di gioco inzuppata e fangosa. Calcio di punizione a due, in area di rigore, per il Napoli. Non c’è luce, non esiste; non c’è spazio in cui infilare il pallone verso il portiere. Tacconi sistema la barriera ad hoc, i più alti della compagnia bianconera a formare la diga. I compagni chiedono a Maradona. “Diego, mettila in mezzo, sulla testa di uno dei nostri, lascia perdere la porta, non è possibile, le leggi della fisica dovresti conoscerle”. Diego le conosce, ma a modo suo. Nel senso che le ignora, si fa un baffo di tutto. “Toccamela appena, un tocco leggero, appena appena, mi raccomando”. Eraldo Pecci chiamato al gesto delicato, e chi se non lui, Piedone però dal tocco morbido, educato. Pecci esegue, Maradona di più. Dipinge un capolavoro, di sinistro, con la parte posteriore della scarpetta. Ne consegue un effetto specialissimo. Il pallone disegna una parabola incredibile e incontrollabile, la barriera è scavalcata. Foto finale: il pallone nella rete, Tacconi abbracciato disperatamente al palo, incredulo, stupito, battuto. Lui e la Juve.

Tra una cosa e l’altra, il Napoli con Diego e Careca va a tirare schiaffi a casa Juve. Cinque gol, tripletta dell’attaccante brasiliano. Quarti di finale di Coppa Uefa, primavera 1989. All’andata picchia duro la Juve, il Napoli rispedito sconfitto al mittente, due a zero. La rimonta si preannuncia problematica, Maradona e i suoi sembrano vicini all’eliminazione. Sembrano, ma dimostrano di non essere battuti in partenza. Dino Zoff sulla panchina della Juve, la tavola appare bene apparecchiata per la Signora. Impressione sbagliata, il Napoli rivolta la doppia sfida a Fuorigrotta, complice un arbitro una volta tanto amico e non affiliato alla Juventus. Tre a zero, firmato Alessandro Renica al minuto 119. Madame buttata fuori ai tempi supplementari. Da quei giorni, per il Napoli sono grigiori intensi quando s’imbatte nella Juve. La differenza è tornata prepotente e significativa. In termini di scudetti, perdura, e non si vede come la situazione possa cambiare nell’immediato.

Napoli e Juve si ritrovano anche in serie B, dopo sono precipitati a capo di vicende non di campo. Madame retrocessa in seguito allo scandalo chiamato Calciopoli; il Napoli fallito sprofondato addirittura in serie C, riesumato da Aurelio De Laurentis. La Juve dei sette scudetti consecutivi davanti a tutti, fortificata da uno stadio di proprietà, dalla padronanza assoluta sul mercato del calcio, qua e là spinta anche da aiutini come prodotti della sudditanza, ma il Napoli qualche soddisfazione se la prende. E le rimane tuttora in scia, secondo, quindi davanti al resto d’Italia. Anche queste sono soddisfazioni. La Juve di Conte e Allegri, un ex anche lui, il livornese Max. Calciatore a Napoli, una breve apparizione, visto e non visto, al tempo di Galeone allenatore, il suo maestro. Quel Napoli di allenatori cambia quattro in una stagione e si ritrova infelicemente retrocesso.

A proposito di soddisfazioni, il gol di Koulibaly sistema l’anno scorso a un punto dallo scudetto. Accade a casa Juve: il prodigio cancellato a Firenze, a distanza di giorni. Enorme, impensabile, non pronosticabile l’enorme sconfitta. Soddisfazioni parziali, certo, e pure platoniche. Come questa, creatrice di emozioni e sensazioni straordinarie. La spettacolare vittoria del Napoli allenato da Mazzarri a casa Juve. Il trionfo di Marek Hamsik, l’ultimo capitano emigrato recentemente in Cina. Due a tre Napoli, in fondo ad anni bui, ventuno, segnati da puntuali sconfitte nel nuovo stadio della Juventus. Trentuno ottobre 2009, una notte sconvolgente, ma davvero. Un pamphlet per celebrarla, pubblicato dalle edizioni Graf. Occhio al titolo, “Seppelliteci qui”, nello stadio, a Torino, ma si può? La folle, assurda, entusiasta richiesta, come tributo dello scrittore, il giornalista Raffaele Auriemma, evidentemente preda del rosolio di una vittoria storica.

Franco Esposito