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L’influenza italiana in Uruguay ha toccato praticamente tutti i settori della società. Tra questi ci sono anche gli alcolici e in modo particolare la grappa, il distillato simbolo del nord Italia che è stato molto popolare nel Paisito fino a pochi anni fa. Portata dai tanti emigrati italiani (specialmente veneti) nel secolo scorso, la grappa ha ricoperto per tantissimi anni un ruolo di primo piano nel panorama delle bevande alcoliche inserendosi di diritto nelle abitudini della popolazione.

Un contributo notevole a questo successo lo si deve anche a una particolare politica di Stato che ne ha agevolato il consumo riducendo i costi per i consumatori rispetto ai distillati importati: non è un caso infatti che la prima bevanda alcolica prodotta da Ancap (Administración Nacional de Combustibles, Alcohol y Portland) sia stata proprio la grappa -ribattezzata simbolicamente “San Remo”- nel 1932 anticipando tutte le altre. Con la produzione delle bibite alcoliche, si pensava all’epoca, lo Stato avrebbe potuto finanziare lo sviluppo del carburante nazionale, un sogno che in realtà non si è mai concretizzato.

Pochi mesi fa, dopo ben 87 anni di attività di cui gli ultimi vissuti con forti perdite, Ancap ha annunciato la chiusura definitiva della compagnia Caba che, a partire dal 2002, era incaricata della produzione degli alcolici. In Uruguay la grappa continua comunque ad essere prodotta da diverse cantine vinicole che in tutto il Paese raccolgono l’eredità di una lunga tradizione familiare. Chiaramente il termine grappa rappresenta una forzatura dato che la legislazione europea protegge la denominazione riservandola esclusivamente ai distillati prodotti in Italia.

Un capitolo a parte merita poi la grappamiel, un’invenzione tipicamente uruguaiana che mischia la grappa con il miele per una bevanda molto più dolce e leggera che continua ad avere una grande popolarità ed è un vero e proprio marchio di fabbrica locale. I dati diffusi recentemente della Dirección General Impositiva (DGI) raccontano invece la storia di un declino inarrestabile, quello della “storica” grappa negli ultimi tre decenni. I numeri si riferiscono alle vendite del settore “grappa, caña e amaro”, una voce che esclude la grappamiel Dei distillati citati, in Uruguay negli anni ottanta si vendevano circa 5,5 milioni di litri.

La crisi è iniziata a partire dagli anni novanta e oggi, con 1,7 milioni di litri venduti, viene certificato un crollo di circa il 70%. “Nell’interno dell’Uruguay si beveva la caña per l’influenza brasiliana. La grappa, offerta in genere con il limone,era una bevanda più urbana dovuta all’influenza italiana” ha spiegato recentemente a El País l’enologo Eduardo Pattarino con un’esperienza trentennale nel settore commentando i numeri della DGI. “Questi dati sono il simbolo di un paese che ha cambiato le sue abitudini” riconosce con un pizzico di nostalgia Pier Giorgio Boschiero, alpino e amante della grappa che continua a servire puntualmente alla fine di ogni pranzo durante le feste delle associazioni venete.

“Per me rappresenta la tradizione familiare fin da quando andavo con mio padre al bar. Quando sono arrivato qui, negli anni cinquanta, nei bar tutti bevevano la grappa, o al limite qualcuno la caña. Ricordo che già a prima mattina, nei bar della Unión (un quartiere di Montevideo) si consumava abitualmente un grappino prima di andare a lavorare. Oggi nessuno la chiede più perché l’offerta è molto più variegata e il whisky ha preso il sopravvento”.

“La grappa” -spiega- “si riconosce subito dal buon odore e dal profumo intenso. A me quella di Ancap non è mai piaciuta e l’ho sempre comprata, negli ultimi anni a Colonia oppure a Buenos Aires. Quella del Veneto qui non l’ho mai vista”. Proveniente da una famiglia vicentina che già nel 1850 fabbricava liquori con una sua distilleria, per diversi anni i Boschiero hanno mantenuto la tradizione familiare nel nuovo paese: “All’epoca era abbastanza facile fare la grappa oggi invece è più complicato perché manca la materia prima, la vinaccia. Con gli altri veneti facevamo sempre grandi feste a Pando e la grappa non mancava mai. Io riempivo la mia botte di 5 litri e al momento del caffè andavo in giro tra i tavoli a servire. Oggi ne bevo di meno ma nel mio caffè corretto faccio sempre una buona sgocciolata di grappa”.

Matteo Forciniti