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Una presenza capillare in 56 Paesi con 140 uffici, 18 mila associati e 300 mila contratti di affari: questa la realtà delle 78 Camere di Commercio Italiane nel Mondo. La prima Camera di Commercio, attiva ancora oggi, venne aperta a Buenos Aires nel 1884, ma già un anno prima un’altra sede era stata costituita a Montevideo. Non a caso, Paesi che hanno da subito accolto migliaia di nostri connazionali.

A ribadire la forte relazione tra emigrazione e Camere di Commercio, è Gaetano Fausto Esposito, economista e Segretario generale di Assocamerestero con attività di direzione, di responsabilità delle relazioni istituzionali nei confronti del Governo, del Parlamento e degli altri soggetti istituzionali, di impostazione complessiva delle politiche della rete delle Camere Italiane all’Estero e di partecipazione alle azioni del Governo in tema di internazionalizzazione. “Certamente l’emigrazione in qualche modo è stata all’origine delle Camere italiane all’estero. Originariamente, infatti, le business community italiane erano costituite da italiani all’estero o da discendenti di italiani”.

E di certo, nel corso dei decenni, hanno anche contribuito ad affermare i nostri prodotti, a farli amare, anche a chi italiano non è. “Oggi il fenomeno si è evoluto, più che di italianità si parla di italicità, per intendere il vastissimo pubblico di quanti guardano all’italian style e all’italian way of life come ad un complesso di valori che attirano e interessano, ma non necessariamente sono italiani. Alcune stime parlano di circa 250 milioni di Italian lovers. Tutto ciò sotto molti versi si ripercuote nella compagine associativa delle Camere di Commercio che in media per l’80 per cento è rappresentata da imprenditori e professionisti non italiani, buona parte dei quali non è neanche discendente di italiani. A mio avviso si tratta comunque di un fenomeno positivo, perché significa che i valori e le caratteristiche del nostro Paese non sono più un fatto ristretto a quanti hanno matrici italiane, ma si estendono ad un pubblico molto più ampio… e a un mercato potenziale molto vasto!”.

Nel 1987 è nata Assocamerestero, l’associazione delle Camere di Commercio: qual è stato il contributo che questa realtà ha arrecato alla nostra economia? “Assocameresto è nata con una propria autonomia oltre trent’anni fa, ed è effettivamente il caso di dire che allora il mondo era molto diverso! Cominciavano i primi processi di globalizzazione, l’economia cinese non aveva ancora assunto il peso che ha oggi, lo stesso mercato unico europeo era al di là da venire, per quanto si ponessero le basi per una economia più integrata. Le CCIE all’epoca erano meno di cinquanta, fortemente concentrate in Europa e in America, settentrionale e meridionale. Erano, mi preme ribadire, sostanzialmente il frutto di una emigrazione che evolvendosi e sviluppandosi aveva dato luogo alla costituzione in business community. L’intuizione di Piero Bassetti fu di trasformare questi punti all’estero in una vera e propria rete, di coagulo delle business community, ma anche di relazione tra di loro in una logica di multilateralità. Possiamo dire che oggi il processo è compiuto: attualmente le 78 Camere italiane all’estero fanno più dell’80% dell’interscambio commerciale dell’Italia. Complessivamente l’intero sistema si è trasformato in una rete integrativa di quella ufficiale per i servizi di internazionalizzazione che equivale, ogni anno, a circa 40 milioni di euro di attività a sostegno delle imprese. Si tratta, in particolare, di circa 70 mila piccole e medie imprese, ed è soprattutto una rete ben conosciuta dai nostri imprenditori (a differenza di quanto era all’inizio): il 67% delle imprese che esportano ci conosce e di queste circa il 50% ricorre ai nostri servizi.

Ha citato i servizi offerti dalle Camere di Commercio all’estero agli imprenditori: quali sono esattamente? “Intanto cito un altro dato: il 76% di queste aziende ha un rapporto continuativo con le Camere di Commercio Italiane all’estero, il che è anche un indice positivo di soddisfazione per i servizi che offriamo, perché significa che il cliente è soddisfatto e ritorna! Per quanto riguarda i servizi su cui siamo specializzati, e che offrono il contributo più apprezzato dalle imprese, sono quelli di business scouting, per identificare concrete opportunità di affari e quelli che chiamiamo di business connecting, che servono a consolidare relazioni produttive e commerciali tra imprese di diversi paesi”.

Le prime camere di Commercio, come abbiamo ricordato, sono nate in America Latina: dove si è registrata l’apertura dell’ultima e, anche in questo caso, l’arrivo degli italiani in Paesi “nuovi”, ha qualche ruolo? “L’ultima realtà che abbiamo associato come Assocamerestero riguarda le Filippine. Ma abbiamo manifestazioni crescenti di interesse in tanti altri Paesi del Mondo, in Africa e in Asia (pensiamo sempre recentemente al Pakistan), e si tratta certo di nuove mete. In più, stiamo notando che nelle aree a tradizionale presenza di emigrazione italiana (come ad esempio in Brasile) si sta affermando un processo di convergenza tra più Camere di commercio. Se vogliamo interpretare questi come segnali, possiamo dire che oggi ciò che guida maggiormente gli interessi è il business e le rotte di sviluppo del business molto spesso si dirigono verso l’Asia, non solo evidentemente in Cina e India, che ultimamente ha ripreso vigore e interesse, ma anche Vietnam, Corea del Sud, la stessa Cambogia. E’ anche molto modificato il profilo di chi va all’estero, molto spesso si tratta di espatriati che considerano la loro come una tappa di una propria esperienza professionale, che magari nei prossimi anni li può portare in altre località. In altri termini, non si sceglie tanto un Paese come destinazione di vita, ma la presenza in un Paese è piuttosto il risultato di una scelta professionale guidata da motivazioni di ordine aziendale”.

 

Le Camere di Commercio sono in prima fila per arginare l’italian sounding… intanto diamo qualche dato relativo a questo fenomeno. “Come è noto per italian sounding si intende il complesso di produzioni che si richiamano a simboli ed evocano valori collegati all’Italia, attraverso fenomeni di ‘imitazione servile’. E’ un fenomeno che riguarda in particolare le nostre produzioni agroalimentari, e in diversi casi è il frutto anche di attività di italiani trasferiti all’estero. Per dare un’idea dei valori coinvolti, parliamo di circa 90 miliardi di Euro, un valore che è più che doppio rispetto alle esportazioni dell’agroalimentare. Si tratta inoltre di un fenomeno in crescita, si pensi che alcuni anni fa si parlava di 60 miliardi. Possiamo dire che la sua espansione va di pari passo con la crescente affermazione della dieta mediterranea e della cucina italiana. L’italian sounding non è un reato e quindi, a differenza della contraffazione vera e propria, non può essere represso. Diciamo che secondo alcuni può essere anche una modalità per avvicinare il consumatore di altri Paesi a conoscere un prodotto che richiama all’Italia. Noi pensiamo che per contrastare questo fenomeno occorra molto lavorare sulla cultura e sull’informazione all’estero. Ecco perché le Camere di Commercio, per il loro radicamento sul territorio e per essere soggetti binazionali, stanno svolgendo e possono svolgere ancora di più un ruolo importante al riguardo, proprio per la migliore ed effettiva conoscenza dell’autentico prodotto italiano. Poi spetterà al consumatore, idoneamente informato e anche educato, decidere consapevolmente quale produzione scegliere”.

Tra le eccellenze, i simboli italiani, figurano spesso anche prodotti che hanno fatto grande la nostra cucina: quali sono i più “copiati”? “In linea generale le categorie di prodotto più colpite dall’italian sounding sono quelle lattieri-caseari, la pasta, i prodotti da forno e a base di carne, quindi i condimenti e piatti pronti. Tuttavia c’è una variabilità che dipende dai mercati e quindi dai gusti e dalle preferenze dei consumatori locali. Ad esempio, sul mercato nord americano il fenomeno interessa in primo luogo i latticini e più in generale i prodotti lattiero-caseari pari a circa un terzo dell’italian sounding venduto nell’area, poi ci sono i sughi e le conserve, e al terzo posto troviamo i prodotti a base di carne, come i salumi. In Europa invece al primo posto troviamo i sughi, i sottolio, le conserve, i piatti pronti e surgelati, ecc. e in questo ambito si annida oltre il 55% dei prodotti italian sounding”.

Sempre in riferimento all’italian sounding, vorrei citare “True Italian Taste”, un progetto coordinato da Assocamerestero e finanziato dal Ministero dello Sviluppo economico, che si propone di contrastare il fenomeno sia attraverso l’azione delle Camere di Commercio, sia favorendo la conoscenza e la vendita all’estero del prodotto genuinamente italiano: quali i risultati e quali le prossime iniziative? “Sono ormai quasi quattro anni che il progetto è in atto e si dovrebbe sviluppare almeno fino al 2022, perché in questo campo per avere risultati occorrono interventi continuativi. Attualmente lavoriamo con 36 Camere italiane all’estero e dopo il Nord America e i Paesi europei, stiamo interessando anche i principali Paesi asiatici, il Brasile e l’Australia, perché ci si è resi conto che anche qui c’è una forte presenza di questo fenomeno. Il progetto ha dato fino ad oggi importanti risultati nei suoi diversi volet di azione: sulla linea incoming buyers sono stati realizzati più di 3.500 incontri con 140 buyers di Paesi diversi interessati ai nostri prodotti e oltre 1.000 aziende italiane partecipanti; sono state organizzate 45 master class all’estero per presentare con esperti e nutrizionisti le caratteristiche anche organolettiche e nutrizionali del vero prodotto italiano, con oltre 1.100 partecipanti tra chef, allievi di scuole di cucina, distributori, addetti alle vendite, importatori, ecc.; ci sono stati oltre 160 eventi, sempre all’estero, con il coinvolgimento di circa 700.000 amanti del cibo italiano e 3.500 influencer che a vario titolo hanno rilanciato sui social media i vanti dei prodotti e della cucina italiana. Nel complesso è stato coinvolto un pubblico di oltre 7 milioni di utenti. Ci sembrano risultati importanti e vogliamo continuare su questa linea, ampliando le azioni ai principali Paesi dell’Asia, come ho già detto, e cominciando da quest’anno anche a lavorare in Brasile e Australia. Per il prossimo futuro stiamo organizzando un evento che chiamiamo Autentic Italian Table che prevede un coinvolgimento di più di 160 ristoranti in tre Continenti, la partecipazioni di chef stellati e sommelier per far conoscere la tradizione gastronomica italiana e i prodotti autentici anche valorizzando alcune cucine regionali. Poi proseguiremo quest’anno e l’anno prossimo con delle master class sia in Nord America, Asia e Europa, che si accompagneranno a circa 60 eventi promozionali in tre continenti. In molti casi ci sarà anche la presenza di Alitalia. Per la prima volta dedicheremo poi una particolare attenzione agli interessanti fenomeni che si stanno sviluppando di Food innovation, un campo in crescita soprattutto a livello internazionale.

Tra le sue pubblicazioni, anche l’Impegno civile e strategia di azione al servizio delle reti italiane nel mondo”… in pratica, un omaggio al pensiero di Edoardo Pollastri, a lungo Presidente di Assocamerestero nonché Senatore della Repubblica eletto nella circoscrizione Estero: qual è, oggi, l’eredità, l’insegnamento lasciato da Pollastri che continuate a mantenere vivi? “Ho detto che l’idea di un sistema a rete delle Camere di Commercio è stata sviluppata da Piero Bassetti, ma l’organizzazione del sistema camerale all’estero come una rete di soggetti capaci di fornire dei peculiari servizi per l’internazionalizzazione, è dovuta al grande lavoro di Edoardo Pollastri che, prima nella sua veste di presidente della Camera di Commercio di San Paolo del Brasile e poi, come ha già ricordato, nel suo ruolo di Senatore, l’ha portata in Parlamento secondo una modalità molto particolare. Edoardo Pollastri era un imprenditore che veniva fuori da diversificate esperienze all’estero, ma possiamo dire che una delle sue principali eredità è stata quella di coniugare il business con un fortissimo impegno civile, con la profonda convinzione che il mondo degli affari e quello delle business community all’estero può essere un terreno di sperimentazione anche per forme inclusive e di partecipazione aperte alle diversità e agli altri. Tutta la sua attività è stata ispirata dal desiderio di coniugare capacità strategica con pazienza istituzionale, conscio del fatto che i risultati si conseguono nel medio periodo e vanno perseguiti con tenacia. In una fase in cui sembrano emergere posizioni di chiusura verso gli altri e egoismi nazionali, la sua lezione di costruire ponti di dialogo – anche basati sul business – e non muri di protezione e di incomunicabilità mi sembra molto attuale!”.

Lei cura un blog sull’Huffingtonpost e in uno dei suoi ultimi pezzi ha scritto “Lavoriamo per una cultura di governance globale che possa essere ispirata da principi civili comuni”: cosa intende esattamente e qual è il ruolo dell’Italia? “Credo che negli ultimi anni sia stato chiaro che la globalizzazione non possa essere interpretata come qualcosa che unifica tutti i diversi sistemi del mondo, ma invece va colta come una occasione per valorizzare le specificità e quindi anche le situazioni dei singoli Paesi. Le ricette uniche di policy delle istituzioni sovra-nazionali, pensiamo al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, ma anche all’Organizzazione Mondiale del Commercio, basate spesso su di una visione neo-liberista e tutta orientata a un mercato libero da vincoli, hanno in gran parte fallito. Concordo con quegli economisti che ritengono sia necessario un ritorno a una migliore e più genuina considerazione del ruolo che gli Stati nazionali e anche le comunità locali possono svolgere in un contesto globalizzato, senza mortificare le singole specificità, ma ipotizzando un sistema di regole flessibili che vanno adattate alla diversità dei contesti (e alla loro storia e tradizioni). Aver esagerato nell’individuare la one best way nelle soluzioni in termini di commercio internazionale e di politiche economiche internazionali, ha finito per esasperare alcuni estremismi e per alimentare tendenze populistiche che colgono effettivi fabbisogni delle persone, ma che corrono il rischio, più che di trovare soluzioni, di identificare dei responsabili dei problemi che si trovano fuori dei singoli Stati. Sono convinto che se recuperiamo quei valori di convivenza pacifica e comune che sono alla base di ogni duratura forma di organizzazione sociale, potremo trovare un contemperamento delle diverse esigenze. Da questo punto di vista, anche un poco di autocritica da parte delle maggiori Organizzazioni che si occupano della governance della globalizzazione non farebbe male, perché dimostrerebbe che c’è a tutti i livelli la voglia di “cambiare passo” e di dimostrare una effettiva capacità di ascolto delle esigenze dei diversi popoli del mondo”.