Una bella notizia anche per i tanti produttori di vino di origine ligure e piemontese dislocati nel territorio dell’Uruguay. Per loro c’è la possibilità di rifare vivere un antico vitigno, il ruzzese. Era in estinzione, ridotto a pochi vitigni ad Albenga, salvati per miracolo. Ora il ruzzese sta tornando a vivere sui colli liguri.

Siamo a San Giorgio, sopra Bonassola, a poco meno di 400 metri d’altezza sul mare: nell’azienda Cà du Ferrà sta maturando l’uva pregiata del ruzzese. L’antico vitigno autoctono, un tempo tipico della zona delle Cinque Terre e delle colline del Levante, trova finalmente la sua rinascita in questa azienda grazie ad un progetto di recupero sostenuto dalla Coldiretti della Spezia, Regione Liguria e Cnr di Torino.

Il vitigno nel tempo era pian piano scomparso prima a causa della bassa produttività in seguito per l’arrivo della fillossera, un micidiale insetto parassita, che si diffuse e aggredì le colture liguri tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. “Perdemmo centinaia di ettari in tutta Europa e la Liguria fu una delle zone più colpite. In soli 15 anni si persero milioni di ettolitri di produzione” spiega Davide Zoppi, titolare dell’azienda agricola e artefice del progetto di recupero, sostenuto anche dalla condotta Slow Food La Spezia – Golfo dei Poeti.

Il primo Seminario sul progetto “Recupero della Biodiversità attraverso il Reimpianto del vitigno Ruzzese”, finanziato dal programma di sviluppo rurale 2014- 2020 della Regione Liguria, si era tenuto nel 2017 proprio a Bonassola. E da allora è decollato in alcune aziende specializzate, tra cui, appunto, Ca du Ferrà, un luogo magico dove si possono effettuare visite alle vigne e alla cantina, picnic con wine tasting dei vini prodotti e persino matrimoni tra i filari con vista a mare. “Con questo vitigno si faceva il celebre passito storico delle Cinque Terre, lo Sciacchetrà – ha raccontato Zoppi – e si narra la Marchese di Villa Durazzo di Genova per lenire la disperazione dei contadini abbia portato qui dalla Val Polcevera i tralci presi dal vitigno ‘bosco’ che si è anche dimostrato adatto all’appassimento e progressivamente ha sempre di più soppiantato le altre vigne”.

Grazie all’istituto nazionale di protezione sostenibile della vite il dna del ruzzasse è stato recuperato. “Abbiamo impiantato quattro anni fa 77 barbatelle e oggi, cooperando con due vivai piemontesi e due toscani, siamo arrivati a un totale 1500”ha aggiunto il giovane agricoltore. Nel progetto di recupero ci sono altri filari autoctoni e ormai diventati rari che qui trovano nuovi spazi: il Rossese Bianco, il Picabon e l’Albarola Kihlgren. L’azienda ha, inoltre, lavorato nel recupero delle terre incolte, mettendo a coltura vari appezzamenti nei comuni di Bonassola, Levanto, Vernazza e Riomaggiore, da 50 anni in stato di abbandono, dove nascono vini biologici dai nomi romantici come il Bonazolae, il Luccicante e il passito L’Intraprendente.

Oramai in Liguria gli operatori biologici sono più di 400 per circa 3900 ettari di superficie coltivata. A livello regionale la distribuzione territoriale degli operatori biologici evidenzia una prevalenza in provincia della Spezia con circa 130 produttori a fronte delle altre province con circa 90-110 operatori. Un sistema di qualità della vitivinicoltura ligure che si esprime in otto Denominazioni di Origine: Ormeasco di Pornassio, Rossese di Dolceacqua, Riviera Ligure di Ponente, Val Polcevera, Golfo del Tigullio-Portofino, Colline di Levanto, Cinque Terre, Colli di Luni e in quattro Indicazioni Geografiche, Liguria di Levante, Colline del Genovesato, Colline Savonesi, Terrazze dell’Imperiese.

A questi vitigni “tradizionali” si aggiunge il recupero in corso di diverse varietà autoctone minori a bacca bianca e rossa di particolare valore enologico fra cui Ruzzese, Moscatello di Taggia, Barbarossa, Massaretta, Bruciapagliaio, Picabon, Fratepelato, Vermentino nero.

di MARCO FERRARI