Greta Thunberg (foto Depositphotos)

Da giorni la stampa e le televisioni, commentatori più o meno esperti, scienziati, geografi, economisti, studiosi delle trasformazioni climatiche e ambientali, e infine una schiera di politici – fatta eccezione per coloro che erano coerentemente ti della terra che mangiamo, i ghiacciai che lentamente si sciolgono, la fauna specialmente marina e la flora delle foreste tropicali aggredite dalla voracità non dell’uomo qualunque, ma di un sistema ormai secolare di sfruttamento e di arricchimento, figli del più bieco sistema capitalistico, insensibile nel corso dei secoli e responsabile di una catastrofe ormai vicina.

Quello che dice e scrive Greta Thunberg non è certo un trattato di climatologia o di politica ambientalista, ma è solo un urlo disperato di chi spera di bloccare l’inarrestabile cammino dell’uomo verso la catastrofe, i cui effetti cominceranno a farsi sentire già a metà di questo secolo. I resoconti delle manifestazioni sono certo impressionanti: solo in Italia è sceso in piazza un milione di persone e non v’è nazione nel mondo, dal Canada all’Uganda, che non abbia manifestato contro i responsabili dell’attacco al clima Si tratta di un dato impressionante che fa venire alla mente – come qualcuno ha già detto – il diffondersi planetario del movimento studentesco tra il 1968 e il 1969. Ed ora come allora, il movimento per la salvezza del pianeta è senza capi, senza segretari di partiti, senza guide riconosciute.

Spontaneismo? Può darsi, ma è proprio la spontanea e non mediata manifestazione di centinaia e centinaia di migliaia di giovani ad avere il massimo di attenzione e successo e non i contenuti di programmi politici mai attuati o riconosciuti non adeguati a combattere la lotta per un radicale cambio nella politica ambientalista. Che vuol dire anche e soprattutto un non più rinviabile rovesciamento delle ragioni e dei contenuti di un capitalismo rapace e rivolto solo ad accrescere la ricchezza di grandi gruppi monopolistici, di potenze mondiali (Usa, Cina, Russia, India, Brasile, Europa) restie ad adottare radicali provvedimenti per salvare il pianeta, di multinazionali rese sempre più cieche ed insensibili dinanzi a una catastrofe più che annunciata ed incapaci, o peggio chiuse a trovare ed attuare alternative all’attuale modello di crescita economica.

Credo che siamo giunti a un momento cruciale di svolta nella storia dell’umanità e nella storia futura del nostro pianeta. Ma la sordità di chi dovrebbe avviare la lunga e difficile strada verso la salvezza del pianeta è assordante. Fino all’altro ieri tutti si sono dichiarati pronti alla lotta per la salvezza di un pianeta aggredito dall’innalzamento dei mari (20 cm nell’ultimo secolo), che ha subito una perdita nell’ultimo ventennio di 286 miliardi di tonnellate di ghiaccio in Groenlandia, che assiste al lento ma inesorabile scomparire del ghiacciaio del Monte Bianco, che disperde in mare ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, che ha distrutto, tra il 1990 e il 2016, 1,3 milioni di chilometri quadrati di foreste, che un milione degli otto milioni di specie viventi è a rischio estinzione.

E poi, per restare al caso italiano, apprendiamo dai giornali che il decreto sull’ambiente è stato per l’ennesima volta rinviato. Mi permetto di consigliare alla carta stampata e a tutti gli strumenti di informazione di pubblicare periodicamente un bollettino sullo stato di salute del pianeta, chissà se oltre ai giovani scesi in piazza non si risveglino anche coloro che tengono nelle loro mani la sorte dell’umanità.

GIUSEPPE CACCIATORE