Sarà pure sostenuto dagli amici importanti, dall’attenzione del Colle, da gran parte del Partito Democratico e dei grillini, sarà contento del "Giuseppi" di Donald Trump, confiderà nella straordinaria capacità di trasformarsi, ma il premier è sempre più caduco. Parliamoci chiaro, nella storia della Repubblica non si era mai visto un presidente del Consiglio che, dopo essere stato bocciato, sfiduciato, rimanesse in sella come se nulla fosse. Per carità, sul piano personale nulla, su quello umano altrettanto. Persona perbene, ma sulle qualità politiche e le capacità di analisi e di sintesi che un premier deve possedere, non ci siamo. Tanto è vero che nelle due versioni, quella concava prima e quella convessa dopo, è cambiato clamorosamente il vestito ma sotto è rimasto uguale, dagli scivoloni, agli eccessi di protagonismo, agli annunci azzardati, ai pistolotti incoerenti.

Sia chiaro, un premier deve barcamenarsi tra le anime della maggioranza che lo sostiene, ma per sfidare la legge degli opposti bisogna essere un genio oppure un ingenuo, specialmente da noi dove la sinistra ha fatto del fuoco amico una tecnica speciale. Ecco perché Giuseppe Conte è sempre più in bilico tra le guerre interne, la difficoltà nel ricercare la coerenza fra le esperienze prima e dopo, l’incertezza sulla fiducia avuta solo per l’opportunismo e per la forzatura ad evitare la fine della legislatura. Qui non si tratta di essere campioni di trasformismo, si tratta di capire che quando un governo nasce sulla bugia politica, sullo spergiuro delle promesse, per impedire agli italiani di votare, che piaccia o no più a lungo di tanto non può durare, per questo parliamo di caducità. Come se non bastasse, il premier ha fatto l’errore di volersi intestare una Manovra che non solo è l’esatto opposto degli annunci, sulla crescita, sul rilancio, sul cambiamento, ma è l’esatto contrario di sé stesso nella versione precedente, ecco perché è diventato l’anello meno convincente.

Infatti, a partire dallo shock fiscale che fino a ieri sembrava assicurato, oggi per Conte l’unica emergenza è tartassare, perseguitare, impaurire, la via del fare impresa, del consumare, del modo di pagare, della voglia d’investire, con la scusa dell’evasione che in tutt’altro modo va combattuta. A proposito del contante, Conte ha dichiarato fasulla l’intenzione di colpirlo, perché 2000 euro arrotolati nel taschino della giacca la gonfiano in modo più che sufficiente, fate voi se questo sia il sistema per convincere i cittadini all’utilizzo di strumenti alternativi. Ma c’è dell’altro, perché il Premier replicando a Matteo Renzi, guarda caso, sulla minuzia del vantaggio mensile per la riduzione del cuneo fiscale, lo ha attaccato affermando che per gli italiani 20 o 30 euro al mese contano, visto che gli stipendi medi non sono certo quelli pingui di Renzi. Bene, seguendo quel concetto, Conte dovrebbe spiegarci come mai 20 o 30 euro siano importanti quando si parla di cuneo e non lo siano quando si parla di costi per l’utilizzo di bancomat o carta di credito.

Perché il costo di un servizio relativo ad una carta di credito o bancomat, tra commissioni, estratti conto, bolli, imposte obbligatorie e di conto corrente, ammonta mediamente tra 200 e 300 euro l’anno, insomma da una parte il cuneo dall’altra il bancomat il risultato bene che vada è pari a zero. Ecco perché il premier, del cambiamento, dell’Umanesimo, della premura per i cittadini, dovrebbe spiegarci dove sia la vicinanza nell’aumento delle tasse, delle persecuzioni, dei costi e delle complicazioni fiscali. Dove sia l’amore per la gente se chi produce è al pari di un furfante, il rispetto del diritto alla presunzione d’innocenza se fare impresa significhi evasione, dove sia l’amore per la massa se zucchero e plastica verranno tassati per la cassa, per questo viene da pensare a Ungaretti, siamo come le foglie sugli alberi, d’autunno.

ALFREDO MOSCA