Il Governo è chiamato, a detta dei suoi protagonisti, a rivedere se stesso e la propria azione. E fa bene. Dopo questa primissima fase in cui ha dovuto "compiere il miracolo" costituito dalla manovra economica, ecco che si deve misurare con una nuova strategia. Mi auguro che il tema della "politica sociale" sia molto più di prima al centro di scelte ed atti. Il che costituirebbe già di per sé una significativa novità. Perché, parliamoci chiaro: è davvero da molto tempo (a mio modo di vedere dalle esperienze dei governi di fine anni Novanta) che sul terreno del welfare non si persegue a livello nazionale un chiaro e limpido disegno. Non che non vi siano stati provvedimenti o tentativi (dalla Legge sul "Dopo di noi" al REI e al Reddito di cittadinanza o alla purtroppo incompiuta "Riforma del Terzo Settore") ma diciamo che non si è ben compreso quale fosse l’obiettivo di fondo.

Ne suggerisco uno, schematicamente: quello di promuovere la persona tentando di accompagnarla fuori dalla tenaglia delle diseguaglianze. In altre parole quello di scommettere sull’autonomia e l’indipendenza delle donne e degli uomini. A livello occupazionale, salariale, di reddito, educativo, formativo, di qualità dell’abitare. E questo filo rosso deve essere connesso a quel che viene proposto a livello europeo, in un continente con 109 milioni di cittadini poveri (spesso poveri pur lavorando) di cui 40 milioni che "dormono in abitazioni non adeguatamente riscaldate". Recentemente, intervenendo ai lavori del Forum di "Casa Comune" che si è tenuto a Milano il 29 e 30 novembre, il Commissario europeo Nicolas Schmit si è soffermato proprio sul concetto di come dotare l’Europa di una nuova agenda sociale. Investimenti e risorse, dunque. Ma pure riforme e atti - ad esempio per aprire la porta del "salario minimo" o per rafforzare le ancora troppo deboli strategie continentali su diritti dell’infanzia e diritti delle persone con disabilità -. E, dicevo, è con lo stesso piglio le cose devono cambiare pure da noi, in Italia.

Laddove Nicola Zingaretti ha indicato nella Legge sulla Parità salariale tra donne e uomini una priorità. Ha perfettamente ragione. Ne scomodo un’altra, tra le altre. Rivedere il Reddito di cittadinanza. In una moderna politica che garantisca il diritto all’inclusione di tutte e di tutti ci sono alcuni oggetti molto concreti che vanno affrontati. E il Reddito di cittadinanza è certamente tra questi. Lo dico convinto che vada riconosciuto al Movimento 5 Stelle il merito di averci "provato". Certo, si poteva continuare sulla strada del Reddito di Inclusione introdotto dal governo Renzi e portato a compimento dal governo Gentiloni. Tuttavia le risorse messe a Bilancio sono state davvero significative (si arriva a oltre 7 miliardi dal 2020). Ma possiamo dirci soddisfatti, oggi, della sua effettiva attuazione? Penso di no. Non sono infatti assolutamente chiari i risultati concreti di una misura che è nata come un ibrido.

Debolissima - come è stato ricordato tante volte - sul terreno dell’inserimento lavorativo e inefficace su quello della relazione con i servizi sociali (mai consultati in fase di progettazione del provvedimento) e mondo del terzo settore. Senza ripartire da zero e senza stupide demonizzazioni va quindi corretta un’azione che non si pone abbastanza l’obiettivo di far "emergere" dalla condizione di povertà e che deve mettere a disposizione dei cittadini strumenti ben più efficaci per potersi "rialzare", per aggiornarsi sul piano professionale, per andare incontro a buoni itinerari di formazione, per sostenere i figli nello studio. Potrei continuare ma mi fermo su di un unico punto. Cambiare il Reddito di Cittadinanza vuol dire avere il coraggio di fare tutti un passo indietro per farne due avanti. Mi auguro che Conte e il suo governo mostrino il coraggio politico di mettere mano a una "bandierina" che può e deve diventare molto più utile sul piano della capacità di sostenere e proteggere chi non ce la fa.

PIERFRANCESCO MAJORINO

EUROPARLAMENTARE PD

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