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Fare presto oramai non basta più, non può bastare un semplice sollecito all’urgenza perché al punto in cui siamo l’unica cosa è l’immediatezza, e la presa diretta tra il dire e il fare, peccato che in mezzo a questo obbligo ci sia un governo inadeguato e impreparato.

Parliamoci chiaro già il fatto di sentir parlare di fase 1 e poi 2 e magari ancora fase 3 è disarmante, per come stiamo serve tutto e subito, altroché spalmare i provvedimenti in successione, ne va di mezzo la tenuta intera della nazione. Qui non si tratta solo come abbiamo scritto ieri della minuzia dei 3,5 miliardi spacciati per terapia d’urto, si tratta dei minuetti in sala d’attesa con la UE, la BCE, per non parlare delle discordie interne alla maggioranza e della gara nel governo a chi è più bravo. Ci sono momenti nella vita di un paese di fronte ai quali la capacità decisionale in termini di rapidità e chiarezza d’interventi fa la differenza preventiva e consuntiva, ecco perché diciamo peccato che al governo ci sia una coalizione inadeguata, divisa e titubante.

Del resto basterebbe sentirli dire e l’uso del futuro, chiederemo, faremo, interverremo è disarmante, qui servirebbe subito una riunione dell’esecutivo, della maggioranza e del parlamento per varare seduta stante il necessario e anche più, di fronte all’emergenza nazionale. Altroché aspettare il benestare dell’Europa, della BCE o della commissione Gentiloni che oltretutto da ex premier dovrebbe fare fiamme e fuoco per l’urgenza e la dimensione delle concessioni in tema di deficit e sforamento, non fosse altro perché il problema più che italiano oramai è universale. Insomma fare prestissimo è il minimo sindacale dentro un quadro che peggiora quotidianamente e va contrastato col bazooka anziché il moschetto e 3,5 miliardi sono un belletto che rischia di sortire un effetto inconsistente e irrilevante.

Del resto quando l’economia di un Paese settimo nel mondo, entra in crisi e in recessione, per scuoterla e rilanciarla davvero serve il cannone, che in soldoni significa una valanga di miliardi da mettere in circolo con interventi e provvedimenti mirati e immediati. Certo si dirà che i soldi non ci stanno, che vanno reperiti o concessi dalla UE con maggiore flessibilità, sarà pur vero ma è altrettanto vero che in alcuni casi tempo e quantità sono vitali e non può esserci attesa o indecisione sia sull’uno che sull’altra. Ecco il motivo per cui i 3,5 miliardi e l’uso del futuro fanno a cazzotti con lo stato delle cose anche perché molti miliardi potrebbero arrivare dalla sospensione immediata delle erogazioni inutili e dannose del reddito e dai costi scriteriati di quota 100 e dei bonus elettorali di 20 euro. Solo questi provvedimenti darebbero risorse per una decina circa di miliardi per non parlare dell’aggiunta che ci sarebbe col blocco degli aumenti ad alcuni segmenti di statali, che certamente pur con sacrificio non finirebbero sotto i ponti come invece rischiano adesso tanti privati in crisi.

Insomma per farla breve se da una parte dipendiamo dall’Europa, dall’altra dipendiamo da noi stessi e dalla capacità e dalla tempestività di fare quel che c’è da fare, a partire dagli sgravi fiscali generali, dall’abbattimento di ogni burocrazia nell’intrapresa e dei carichi contributivi del lavoro. Serve un new deal, un piano Marshall, un whatever it takes italiano, altroché 3,5 miliardi e fase 1 e 2 e così via, serve una risposta clamorosa ad un Paese che arranca intimorito e non può aspettare, serve un governo che sappia fare cosa, come, e soprattutto ora.

Da ultimo una chiosa sulle solite dichiarazioni della sinistra, perché ogni volta che c’è un problema grave si sente dire "assumiamo" visto che la colpa è sempre del poco personale, dalla giustizia, alla scuola, all’amministrazione e alla sanità, fosse per i postcomunisti dovremmo essere tutti statali per funzionare bene, come se i costi li pagassero i marziani e il comunismo avesse generato la ricchezza.

ALFREDO MOSCA